ma anche no


poi altre cose
4 aprile 2018, 15:48
Filed under: mai piu senza
​Questi giorni ho visto this is us, che esattamente è il prototipo della filmografia americana che mi irrita.
[E allora perché l’ho visto? Prettamente perché io so’ de coccio, quello che dico faccio, ma anche perché, sai com’è, spero fino alla fine che mi faranno una sorpresona da milioni di dollari, tipo il finale di Le ho mai raccontato del vento del nord.]
le ho mai raccontato del vento del nord

non je davo una lira, e invece bravone.

Sopra ogni cosa mi hanno irritato i dialoghi, tutti assolutamente improbabili.
È tutto un susseguirsi di paroloni da libro cuore, bambini di cinque anni che si rivolgono ai genitori con l’interesse e la competenza di psichiatri a fine carriera, genitori che approfittano di ogni pausa per sciorinare mantra di vita da baci perugina, pletora di drammi indimenticabili, tutti che si struggono costantemente per cose avvenute vent’anni prima, senza un minimo di senso della misura e, mentre sguazzano con un impegno assolutamente irrealistico in questa ostentatissima sofferenza, fanno a gara a chi dice la frase più telefonata, non si scampa mai da “migliore del mondo” “per sempre” “mai”.

E quindi?
Quindi pensavo a questo gusto per lo struggimento che ci insegna, da sempre, la letteratura in generale, che l’amore deve essere tormento, il dolore deve segnarti per sempre e possibilmente renderti una persona peggio, meglio se certificato da un evento palesemente drammatico.
Invece delle tragedie bisognerebbe ridere sempre*, perché è l’unico modo possibile per andare avanti, l’unica cosa che mi fa pensare che nevermind the darkness, we still can find a way, l’unica soluzione che io ho trovato ai pensieri che non mi fanno dormire.
Gipi - LMVDM

*faccio un’eccezione al mio rigido regolamento sulle citazioni, mettendo il libro di Gipi da cui viene.

Nel mondo reale, le persone che hanno sofferto molto le riconosci subito, perché sono campioni di questo gioco del buttarla in caciara.
Uno che mi ha colpito tantissimo per la sua onestà nel raccontare il dolore è Alan Bennett in Una vita come le altre.
Alan Bennet - Una vita come le altre

ci sono anche le figure!

Non è facile parlare della realtà, raccontarsi, senza mistificare le emozioni, magari anche in buona fede, perché si finisce sempre per cadere un po’ nel personaggio, mettersi dal profilo migliore oppure indulgere nella tragedia. Invece lui è così onesto verso le banali piccolezze umane, che è davvero una pallonata in faccia: tutte le piccole cose buffe, che lascia cadere qua e là, rendono ancora più doloroso affrontare la malinconia che si trascina dietro questa storia semplice che, di per sé, starebbe solo una storia triste come tante.

Un altro che ne ha passate di ogni è Roald Dahl, che per me è un po’ il re dello humor.
Sono tutti inglesi, sì,  ma che vogliamo farci, l’ho già detto che sono migliori e dobbiamo farcene una ragione.
Roald Dahl - Boy

questo è solo un librino per bambini, ma noi, si è capito ormai, siamo qui per le fotografie bellizzime.


E ora, siamo onesti, pure l’ammore.
Quando sento questa gente che dice che orgogliosamente che il matrimonio è una strada difficile di compromessi e rinunce, come se essere infelici fosse una tara della maturità, boh, mi chiedo che gente abbiano sposato. Se venirsi incontro diventa una fonte di rancore, forse non siamo così felici.
Voglio dire: occhei delle volte sbuffarsi un po’ per delle scemenze, però no drama attaccandosi alle tende, niente che non si possa archiviare e riderci su, altrimenti secondo me, dico secondo me eh, forse non ci sono le basi.
Se passi le notti a litigare e controllare le spunte blu, se scrivi cose al vetriolo e tutto è una ripicca, amica cara che non sei Violetta Valéry, non è un amore così grande, è una roba che non funzionerà mai. Passi se sei Leopardi o Rivers Cuomo, ma se non hai un afflato lirico – vittimista degno di pubblicazione, bilivimi, stai sprecando il tuo tempo.
Il consiglio che mi sento di darvi, amiche dell’amore, frittatone frappe lagnose del mio cuore, dall’alto di un numero a due cifre di cazzate struggimenti: fidanzatevi con uno con cui vi divertite davvero, tutto il resto passa. Come si fa a capire se vi divertite davvero o se è tutto un artifizio malandrino del vostro DNA che si vuole moltiplicare? Fate delle cose noiose. Tipo io e Morosiny quando ci siamo conosciuti abbiamo passato mesi insieme in fila sul raccordo per andare a Roma Est. Ripeto: fila/raccordo/centrocommerciale.
E lo sapete come sono stati questi mesi? Lo sapete.
Ecco, fate delle prove tipo così.

Ora avrei finito, davvero volevo solo parlare male di this is us che mi ha fatto salire le madonne, però, visto che per farlo ho tirato in ballo dei libri, mi sembra un assist da manuale per avvertire il gentile pubblico che è uscito un libro che ha in copertina una prestigiosa foto di laclauz laclauzzini, pronta ad essere lanciata verso i migliori autogrill, l’infinito e oltre.
Eravamo tutti vivi

laclauz calzettini ama vantarsi a sproposito dei propri calzini bellissimi, tipo la sula dai piedi blu.

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nobody likes change.
1 novembre 2017, 11:31
Filed under: bll bb bll parlaci di lei, mai piu senza

 

Questo ottobre è stato per me un mese di difficoltà varie, molte legate alle mie sempre peculiarissime patologie di salute, che, con mio indicibile cruccio, non sono mai quelle che si diagnosticano agevolmente leggendo medicitalia.

Ho passato un mese palleggiata tra fisioterapista, ortopedico, radiolgo, una breve paretesi agghiacciante di macchie in radiografia “meritevoli di valutazione clinica ed approfondimento diagnostico” che poi si scoprirà essere una banale ma impetuosa gastroenterite, varie ed eventuali, tra cui un’ustione da marmitta, ma poi, alla fine, tutti gettano la spugna con cinque giorni di iniezioni di cortisone.
Effetti collaterali del cortisone: insonnia, ipomania e fare pipì ventisette volte a notte, ma bisogna ammettere che uscir di pena in 24h è una magia non da poco.
Effetti collaterali delle ormai trimestrali disavvenure colitiche: dimagrimento. Tutto molto bello, però, in realtà vi voglio dire, cari tutti, voi non avete idea di quanto siate lontani dal vero quando mi dite “stai benissimo!”.

​Poi c’è anche altro, per forza.
Tra cui partenze di insegnati e astanti, violente scosse alle mie abitudini preferite e coperte di linus; tra cui Morosiny che ha versato del caffè sul mio macbook di quindici giorni,​ che da tre settimane è andato in assisenza, ormai temo in Uganda; tra cui la famiglia più pazza del mondo sempre più pazza.


Ho fatto molto yoga, molte camminate ascoltando Cirri su radiodue, molti grattini a Seppia, non mangio fuori da due mesi e non corro da uno, ma siccome lo so che questo non è ancora niente, a questo proposito volevo chiedere: se la mia vita mi piace e sono assoluamente conscia della mia grande fortuna, non c’è modo di ancorarla un po’ meglio? Io non ho bisogno che le cose si perdano per apprezzarle, io le apprezzavo già tantissimo, bilivmi dyo!
Non possiamo fermarci qui ancora un po’?



di caldo, d’estate e di altre ingiustizie
3 luglio 2016, 11:09
Filed under: mai piu senza

Ci risiamo, è di nuovo estate.
Ogni volta ci resto male.
Tipo quest’anno mi sembrava che andasse meglio e l’avremmo scampata anche senza, invece arriva la mazzata, che accolgo con lo stesso misto di odio e stupore di quando qualcuno apre l’acqua calda in cucina mentre sto facendo la doccia.
[scusa: “qualcuno”? Vivi in una comune? in un castello? Segue dissolvenza su di me che, durante una cena con Carlo e Camilla, dico “scusate un attimo, ho un’impellente necessità di fare la doccia”, poi Camilla si alza per lavare i piatti e patatrac.
(Ho detto Carlo e Camilla, sì, perché sono nata secolo scorso, perché ho un debole per Camilla, che secondo me è anche una gran bella signora, mentre invece quella tatona della Kate è inutile come il gelato al fiordilatte, e William è calvo.)]
Olè, neanche due righe per dire fa caldo e già ho divagato tre volte, vai così.
Dicevo che l’estate è una merda, diciamocelo.
L’estate va bene finché vai a scuola, hai tre mesi di vacanza, hai il gruppone degli amici, te vai in piscina o male che vada stai a casa con la testa nel frigo, ma l’estate a Roma per andare al lavoro e sudare nella metropolitana, ma a chi cazzo può piacere?
Sempre senza dimenticare il fardello di lardelli balzellanti, depilazioni approssimative, cosce mozzarellose che siamo costretti ad esporre al pubblico ludibrio; la pletora di birkenstock e infradito che siamo costretti a sopportare (raga, ho capito che sono comode, ci credo eh, pure a me piace molto la tuta. Ma fanno schifo. Punto.)
Comunque.
Dicevo.
Lavorare con il caldo è un incubo.
Fare qualsiasi cosa con il caldo è un incubo, pure fare due passi per andare a comprarsi il pranzo. La rilassante passeggiata che a febbraio riattiva la circolazione, a luglio riattiva un pluriomicida dentro che sta urlando per uscire. Sudatssimo.
Direi non è il caso di parlare di sopralluoghi e rilievi, quando perfino prendere il motorino è come essere seduti dentro un grande fon alla potenza che fa saltare il contatore. Sono gentile e lascio perdere pure il problema sport/corsa/palestra, perché troppo facile vincere così. E poi perché ne ho già detto.
Ma sudare per fare ogni cosa.
Ogni. cosa.
Pure dormire.
Vestirsi è difficilissimo, perché ogni tessuto, ogni aderenza, benché minima, sarà bagnata, quindi solo tende da campeggio bianche. Che poi si sporcano, ça va sans dire.
Voglio dire: non è un caso se l’inferno ci sono le fiamme, pensateci.
Insomma, in un mondo che ci è ostile, rovinato dalla droga, c’è una stella che riluce, c’è qualcosa in cui sperare: il condizionatore.
Per farvi capire cosa provo nei suoi confronti, io dico solo che io con il condizionatore acceso ci dormo. Sì sì, tutta la notte, proprio, e mi sveglio un fiore.
Un fiore, amici.
Niente più stillicidio di finestra aperta mi sveglio alle cinque per chiuderla poi mi risveglio alle sei perché sono sudata come un’otaria: sonno 100%. La vita.
Io ho la pressione 60/90, ogni volta che mi alzo dal divano vedo le stelline, in generale improvvisamente mi assale un immotivato nervosismo degno delle migliori psm, poi qualcuno (probabilmente Camilla) accende il condizionatore e tac: mark renton dopo una pera.


Ora, non so come dirlo, ma tutto questo era solo un cappello.
Perché quello che voglio dire è che io nutro un profondo infinito odio per quelli che hanno dei problemi con l’aria condizionata, che invece di portarsi un cazzo di maglione e non rompere i coglioni, sono sentono autorizzati a fare sudare altri venti cristiani.
(scusate il turpiloquio, ma mi sto scaldando: l’ho detto che è male quando succede)
La cosa veramente grave, oserei dire piaga della società, è che questa gente vanta un diritto di prelazione rispetto ai normali cristiani sudati.
Quindi per accendere il condizionatore bisogna chiedere il permesso e se qualcuno dice di no, allora niente, tutti a sudare.
Ma vi pare normale?
Perché chi ha freddo e può coprirsi deve imporre la sua volontà a chi non può mettersi in mutande?
Perché chi millanta mal di gola deve avere la meglio sulla mia lipotimia? (nonché il suddetto istinto omicida, che poi ve vojo vede’)
Perché questa gente è autorizzata a tirare fuori l’ecologia di cui non gliene è mai fregato una beata mazza?
Perché? Perché?

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Dal termometro più sporco di Roma è tutto, a voi la linea.



dài, però.
10 settembre 2015, 21:13
Filed under: mai piu senza

Dice ah è finita l’estate malidetta, fa fresco! è bello!
E invece vi dico no, amici.
La prima cosa brutta, ma aiutami a dire brutta, è che la mia collega prefe ha cambiato lavoro, dopo cinque anni di bestemmie congiunte e altre amenità.
Mi manca tanto, è un’ingiusta ingiustizia e sono triste come quando ti lasci con i fidanzati, che vita grama, che vita drama e poi scopri che lui è a Formentera con Gisella.
E che io devo stendere la lavatrice. Dalle sei.
Quindi andiamo avanti con le cose brutte.
Amici che ti chiedono di fargli un lavoro = panico misto a voglia di vomitare.
Come se non fossero già abbastanza tutti i vestiti dell’estate da mettere via. Vestiti che, per altro, non mi entrano più da cinque anni, ma che mi ostino a traslocare ogni sei mesi, nell’attesa che si compia quella cosa dello scambio di corpo con MirandaKerr e per assicurarmi quell’allure di depre che fa iniziare bene l’estate.

Poi. È in onda di questi tempi il gatto che pisciava alle porte, remake del famosissimo a piedi nudi nel piscio. Dopo due mesi di mattine con quaranta gradi, il mocio, la varichina, il disabituante, le droghe, abbiamo detto: vabbè, poverina, picci, vuole dormire con noi. E allora, daje, dormi con noi.
Però continua a sentirsi profondamente insultata da ogni porta chiusa e quindi nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento: si siede fuori dalla porta, fa un miagolino supponente e poi psss.
Hello mocio my old friend, I’ve come to talk with you again.

Poi: cosa sono, per favore, questi ginz tutti strappati che si vedono in giro?
Non è che per fare una cosa diversa dobbiamo per forza fare schifo, dobbiamo.



e anche quest’estate l’avemo tramortita
30 agosto 2015, 14:04
Filed under: cartoline malsane, mai piu senza

Mi piace andare in Olanda l’estate perché fa fresco, c’è la luce fino a tardi, la civiltà e le biciclette, ma soprattutto avevamo la casa più bellissima del mondo e quindi potevo stare sempre in casa ma in *un’altra* casa, tipo un trasloco ma senza dover mettere mano all’armadio degli orrori indumenti. L’unico problema di questa bellissima casa è che la porta del bagno era sullo stesso lato della porta di ingresso ed erano identiche, quindi era un attimo svegliarsi per fare pipì e ritrovarsi a vagare in pigiama per le scale. Non sono bei momenti, specie considerando che sulle scale c’è la moquette. E, a volte, anche la gente.

Altre cose fighe dell’Olanda: le verdure già tagliate. Ma mica le carotine per l’insalata, eh, vendono i mix di porro – zucchini – cavolo nano – funghi cinesi, che li sbatti in padella con un litro di soia e Cracco spicciame casa. Poi il supermercato è aperto fino alle 22, che vista così magari sembra una notizia un po’ così così, ma considerando che il resto del negoziame chiude alle 17 secondo me è un notizione. Poi non so, fate voi.
Le case dentro sono tutte bellissime e, siccome le merde lo sanno, non esistono tende e sono tutti lì in vetrina a farti *wink, wink*, guarda i nostri pavimenti di legno chiarissimo e le cucine con tutti gli aggeggi di tendenza, i giuocattoli dei nostri biondissimi figli in leggero allegrissimo disordine per dare il mood catalogo ikea.
Ho passato quindici giorni a domandarmi da dove venga in Italia questo anacronistico e barocco gusto dell’orrido che vomita bomboniere, vetrinette, centrini e cuscini a fiori. Siamo la patria della Arte! Perché signore ci fai questo? Perché le scarpe glietterate? Perché la nail art?
Ma niente, la risposta è dentro di te ed è “una grandissima depre tornando a casa”.

Vabbè, consoliamoci con le cose male.
Gli autobus costano un casino e non sono la gran bazza che è la metro di Londra.
Musei molto male. Per vedere il Rijks si può scaricare gratis una app sul telefono, per altro dal wi-fi gratis del museo, però non te lo dice nessuno e ti danno un altro telefono con stessa app al prezzo di cinque euro. Ma dove siamo, in Italia? Che robe.
Allora allo Stedelijk non mi fregheranno più, dico, e scarico la app lesta e ratta (= aspettando un venti minuti ferma in mezzo alla biglietteria, ma vuoi mettere la soddisfazione) e – surprise! – è solo in olandese.
Il museo più bellissimo di tutti, A+++, è quello di Veermer a Delft, dove non c’è nemmeno un quadro ma tutte le riproduzioni a grandezza originale (cioè piccole, così non ti fai illusioni, che poi ci restate male come con la Gioconda) e tante spieghe sui problemi psichiatrici dell’epoca e la sezione fantadisney tipo fatti la foto con la finestra di veermer! Guarda i filini che attaccava al muro per fare le mattonelle!
Ma soprattutto la grande epifania della arte: Vermy si vendeva i reni per comprare il blu di lapislazzulo, ma nelle sue tavolozze non c’era mai l’odiosissimo colore verde, e allora Jan batti cinque, ché io l’ho sempre detto che il verde è il male della fotografia.
Poi molto bene anche la casa dei nobili olandesi con le carrozze le pentole di rame e menù scritti in francese, che è davanti alla Foam che è molto bella pure lei.
Invece bisogna guardarsi benissimo dal vicino kattenkabinet, un’imbarazzante trappola per old cat ladies, che espone solo stampe di gatti brutte e non ha nemmeno un ruffiano bookshop dove comprare imbarazzanti portachiavi a forma di gatto.
Gente che non sa come portare avanti le truffe, che spreco.

Un’altra cosa che pensavo meglio è stata la corsa, vuoi perché era umidino, vuoi perché Vondelpark è piccolo, ma poche soddisfazioni. Mi ritrovavo a correre sempre nello stesso tratto, tipo giorno della marmotta, ‘no stress.
La vogliamo aprire una pietosa parentesi sull’idiosincrasia e lipotimia di questa splendida, splendida estate italiana di sveglie alle 6.30 per riuscire a correre manco sette km? Ma anche no.

Hai fatto delle foto? No, perché sono troppo vecchia per tutti quei chili di macchina fotografica, però la porto sempre all’estero lo stesso, per farle cambiare un po’ aria.
Però le foto le fa il telefono, che è giovane e magro.

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something in the way she moves
17 aprile 2015, 14:25
Filed under: mai piu senza
A. è la mia insegnate di palestra et yoga.
Io ho sempre fatto vario sport, quindi ho avuto a che fare con tantissime insegnanti, di ogni foggia e sentimento. Ci sono state ballerine dinoccolate e ballerine impostate, logorroiche alla moda, pompate invasate, vecchie guardie diplomate all’isef, modelle ventenni in pensione, pure maschi un periodo.

Ma invece, A.
Cominciamo con il dire che, come insegnate di palestra, A. è un po’ peculiare perché è laureata in filosofia e fa meditazione da molto prima che andasse di moda, ha i capelli neri e la pelle bianchissima, è longilinea e supertonica ma senza muscoli arroganti che fanno capolino, niente tatuaggi, niente vestiti aderenti.
Se la vedi con i vestiti normali, A. è una bella ragazza, certo un po’ più alta e un po’ più magra della media, con le gambe un po’ più lunghe e il culo un po’ più tondo, ma tutto sommato piuttosto normale.
Però poi A. si muove, e A. si muove con una grazia e una coordinazione tali che ogni posizione che assume è come andare a teatro a vedere il balletto, al netto del fatto che il balletto è la cosa più noiosa ever.
Quando A. si muove, anche se sta facendo un allenamento da soldato jane, ti dà l’idea che dentro di lei non esistano un intestino arrotolato, un sistema linfatico sfilacciato e altre nequizie che sono, convenitene, un po’ delle cadute di stile dell’essere umano.
Sicuramente il passato danzereccio aiuta molto nel controllo della postura, ma A. ha un’eleganza innata che non ho mai trovato in nessuna delle ballerine con cui ho fatto lezione – e quindi che ho guardato con attenzione per molto tempo – perché non ti dà mai l’idea di essere un fascio di muscoli contratti, sembra sempre una bolla di sapone.
Guardare A. che si muove è uno spettacolo che rimette in pace con il mondo, tipo guardare la neve che cade sulle dolomiti.
Questo modo di muoversi, come spesso accade, è perfettamente in sintonia con la piacevolezza di A. che è una persona tanto gentile quanto discreta, mai eccessiva, mai invadente, ha fatto un fracco di corsi e sa un sacco di cose, ma non è mai saccente, è empatica ma elargisce consigli solo se interrogata, ha una parola carina per tutti, è modestissima e sempre sorridente.
Tipo A. è vegetariana, ma è venuto fuori casualmente alla cena in trattoria (bei momenti, certo, certo).

Al netto di tutto questo, A. è bravissima.
A. non solo non fa mai la stessa lezione, non fa mai neanche la stessa sequenza di movimenti, non esistono gesti che partono in automatico, non esiste prendere il tappetino dopo un certo tempo o iniziare gli addominali come sai fare tu, non esiste sapere cosa stai andando a fare, in palestra.
Esistono invece tutta una serie di attrezzi pazzi e lei li usa tutti, ma ogni volta in maniera diversa, cosicché non c’è mai modo di detestare questo o quello.
Il risultato è che il giorno dopo ogni volta ho un doloretto, ma sempre un doloretto gentile, che mi fa sapere che ho lavorato ma non mi fa soffrire, esattamente il doloretto che corrisponde alla forma di A.
Ovviamente tutti amano A., nello spogliatoio non fanno che dire quanto è brava e quanto è bella, ma mi chiedo se tutti siano così consapevoli dalla sua armonia, se abbia presso tutti questo potere prezioso di migliorare tantissimo le giornate.
A. è stata via tanto tempo, ora è tornata e voglio dire che non c’è bisogno di perdere le cose per apprezzarle, che so che sono fortunata, ma che lo sapevo anche prima e che vorrei che l’oggi restasse oggi senza domani o domani potesse tendere all’infinito, che poi è un po’ la mia cifra stilistica nella gestione della vita in generale.



continuate così
24 dicembre 2014, 17:22
Filed under: mai piu senza

Dovrei sbrigarmi e andare a fare la doccia e allora quindi eccomi.
Ora che corro quasi tutti i giorni è talmente automatico corsa/doccia che era un sacco che non mi capitava di programmare una doccia e poterla posticipare crogioladomi nella colpevole procrastinazione, perché la doccia dopo la corsa è un’esigenza bella e non vedo l’ora di levarmi i vestiti appiccosetti, anzi the problema normalmente è che è inutile farsi i bellicapelli se tanto il giorno dopo li devo rilavare, motivo per cui non vedo un parrucchiere da sei mesi. Ma va bene così, andrebbe bene anche oggi, se non fosse che non ho corso perché ieri la caviglia sinistra – proprio quella, non so se mi spiego – si è risentita e quindi oggi sono a casa che mi struggo di disperazione.
Comunque, volevo fare un bilancione – cosa non si fa per evitare di doversi levare una tuta calduccia – dell’anno, che nonostante io la meni tanto con le lagne, non gli si può di’ nulla. Sì, occhei, niente eventi straordinari, però a casa tutti bene, che ormai è sempre di più la mia preoccupazione principale; io basta prelievi, dottori, misteri e allora, come sempre, uscir di pena è diletto tra noi; alcuni bonus sociali, alcuni fotografi, un sacco di serie tv all night long, vacanze belle, cani e gatti nuovi e vecchi, 1600 km, gli angoli del presente non aspettano più la memoria per diventare curve, ma soprattutto, anche se con questa cosa che devo impegnarmi a vivere fatico sempre di più sia a scrivere che a fotografare, siamo ancora qui, a goderci quelli che per me senza dubbio sono the wonder years*.


(*l’unica storia d’ammore tv per cui io mi sia mai strutta è quella tra kevin arnold e winnie cooper, dove winnie da piccola somigliava moltissimo alla mia amica ciccio e per questo io la invidiavo fortissimo)