ma anche no


di caldo, d’estate e di altre ingiustizie
3 luglio 2016, 11:09
Filed under: mai piu senza

Ci risiamo, è di nuovo estate.
Ogni volta ci resto male.
Tipo quest’anno mi sembrava che andasse meglio e l’avremmo scampata anche senza, invece arriva la mazzata, che accolgo con lo stesso misto di odio e stupore di quando qualcuno apre l’acqua calda in cucina mentre sto facendo la doccia.
[scusa: “qualcuno”? Vivi in una comune? in un castello? Segue dissolvenza su di me che, durante una cena con Carlo e Camilla, dico “scusate un attimo, ho un’impellente necessità di fare la doccia”, poi Camilla si alza per lavare i piatti e patatrac.
(Ho detto Carlo e Camilla, sì, perché sono nata secolo scorso, perché ho un debole per Camilla, che secondo me è anche una gran bella signora, mentre invece quella tatona della Kate è inutile come il gelato al fiordilatte, e William è calvo.)]
Olè, neanche due righe per dire fa caldo e già ho divagato tre volte, vai così.
Dicevo che l’estate è una merda, diciamocelo.
L’estate va bene finché vai a scuola, hai tre mesi di vacanza, hai il gruppone degli amici, te vai in piscina o male che vada stai a casa con la testa nel frigo, ma l’estate a Roma per andare al lavoro e sudare nella metropolitana, ma a chi cazzo può piacere?
Sempre senza dimenticare il fardello di lardelli balzellanti, depilazioni approssimative, cosce mozzarellose che siamo costretti ad esporre al pubblico ludibrio; la pletora di birkenstock e infradito che siamo costretti a sopportare (raga, ho capito che sono comode, ci credo eh, pure a me piace molto la tuta. Ma fanno schifo. Punto.)
Comunque.
Dicevo.
Lavorare con il caldo è un incubo.
Fare qualsiasi cosa con il caldo è un incubo, pure fare due passi per andare a comprarsi il pranzo. La rilassante passeggiata che a febbraio riattiva la circolazione, a luglio riattiva un pluriomicida dentro che sta urlando per uscire. Sudatssimo, oltre tutto.
Direi non è il caso di parlare di sopralluoghi e rilievi, quando perfino prendere il motorino è come essere seduti dentro un grande fon alla potenza che fa saltare il contatore. Sono gentile e lascio perdere pure il problema sport/corsa/palestra, perché troppo facile vincere così. E poi perché ne ho già detto.
Ma sudare per fare ogni cosa.
Ogni. cosa.
Pure dormire.
Vestirsi è difficilissimo, perché ogni tessuto, ogni aderenza, benché minima, sarà bagnata, quindi solo tende da campeggio bianche. Che poi si sporcano, ça va sans dire.
Voglio dire: non è un caso se l’inferno ci sono le fiamme, pensateci.
Insomma, in un mondo che ci è ostile, rovinato dalla droga, c’è una stella che riluce, c’è qualcosa in cui sperare: il condizionatore.
Per farvi capire cosa provo nei suoi confronti, io dico solo che io con il condizionatore acceso ci dormo. Sì sì, tutta la notte, proprio, e mi sveglio un fiore.
Un fiore, amici.
Niente più stillicidio di finestra aperta mi sveglio alle cinque per chiuderla poi mi risveglio alle sei perché sono sudata come un’otaria: sonno 100%. La vita.
Io ho la pressione 60/90, ogni volta che mi alzo dal divano vedo le stelline, in generale improvvisamente mi assale un immotivato nervosismo degno delle migliori psm, poi qualcuno (probabilmente Camilla) accende il condizionatore e tac: mark renton dopo una pera.


Ora, non so come dirlo, ma tutto questo era solo un cappello.
Perché quello che voglio dire è che io nutro un profondo infinito odio per quelli che hanno dei problemi con l’aria condizionata, che invece di portarsi un cazzo di maglione e non rompere i coglioni, sono sentono autorizzati a fare sudare altri venti cristiani.
(scusate il turpiloquio, ma mi sto scaldando: l’ho detto che è male quando succede)
La cosa veramente grave, oserei dire piaga della società, è che questa gente vanta un diritto di prelazione rispetto ai normali cristiani sudati.
Quindi per accendere il condizionatore bisogna chiedere il permesso e se qualcuno dice di no, allora niente, tutti a sudare.
Ma vi pare normale?
Perché chi ha freddo e può coprirsi deve imporre la sua volontà a chi non può mettersi in mutande?
Perché chi millanta mal di gola deve avere la meglio sulla mia lipotimia? (nonché il suddetto istinto omicida, che poi ve vojo vede’)
Perché questa gente è autorizzata a tirare fuori l’ecologia di cui non gliene è mai fregato una beata mazza?
Perché? Perché?

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Dal termometro più sporco di Roma è tutto, a voi la linea.



dài, però.
10 settembre 2015, 21:13
Filed under: mai piu senza

Dice ah è finita l’estate malidetta, fa fresco! è bello!
E invece vi dico no, amici.
La prima cosa brutta, ma aiutami a dire brutta, è che la mia collega prefe ha cambiato lavoro, dopo cinque anni di bestemmie congiunte e altre amenità.
Mi manca tanto, è un’ingiusta ingiustizia e sono triste come quando ti lasci con i fidanzati, che vita grama, che vita drama e poi scopri che lui è a Formentera con Gisella.
E che io devo stendere la lavatrice. Dalle sei.
Quindi andiamo avanti con le cose brutte.
Amici che ti chiedono di fargli un lavoro = panico misto a voglia di vomitare.
Come se non fossero già abbastanza tutti i vestiti dell’estate da mettere via. Vestiti che, per altro, non mi entrano più da cinque anni, ma che mi ostino a traslocare ogni sei mesi, nell’attesa che si compia quella cosa dello scambio di corpo con MirandaKerr e per assicurarmi quell’allure di depre che fa iniziare bene l’estate.

Poi. È in onda di questi tempi il gatto che pisciava alle porte, remake del famosissimo a piedi nudi nel piscio. Dopo due mesi di mattine con quaranta gradi, il mocio, la varichina, il disabituante, le droghe, abbiamo detto: vabbè, poverina, picci, vuole dormire con noi. E allora, daje, dormi con noi.
Però continua a sentirsi profondamente insultata da ogni porta chiusa e quindi nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento: si siede fuori dalla porta, fa un miagolino supponente e poi psss.
Hello mocio my old friend, I’ve come to talk with you again.

Poi: cosa sono, per favore, questi ginz tutti strappati che si vedono in giro?
Non è che per fare una cosa diversa dobbiamo per forza fare schifo, dobbiamo.



e anche quest’estate l’avemo tramortita
30 agosto 2015, 14:04
Filed under: cartoline malsane, mai piu senza

Mi piace andare in Olanda l’estate perché fa fresco, c’è la luce fino a tardi, la civiltà e le biciclette, ma soprattutto avevamo la casa più bellissima del mondo e quindi potevo stare sempre in casa ma in *un’altra* casa, tipo un trasloco ma senza dover mettere mano all’armadio degli orrori indumenti. L’unico problema di questa bellissima casa è che la porta del bagno era sullo stesso lato della porta di ingresso ed erano identiche, quindi era un attimo svegliarsi per fare pipì e ritrovarsi a vagare in pigiama per le scale. Non sono bei momenti, specie considerando che sulle scale c’è la moquette. E, a volte, anche la gente.

Altre cose fighe dell’Olanda: le verdure già tagliate. Ma mica le carotine per l’insalata, eh, vendono i mix di porro – zucchini – cavolo nano – funghi cinesi, che li sbatti in padella con un litro di soia e Cracco spicciame casa. Poi il supermercato è aperto fino alle 22, che vista così magari sembra una notizia un po’ così così, ma considerando che il resto del negoziame chiude alle 17 secondo me è un notizione. Poi non so, fate voi.
Le case dentro sono tutte bellissime e, siccome le merde lo sanno, non esistono tende e sono tutti lì in vetrina a farti *wink, wink*, guarda i nostri pavimenti di legno chiarissimo e le cucine con tutti gli aggeggi di tendenza, i giuocattoli dei nostri biondissimi figli in leggero allegrissimo disordine per dare il mood catalogo ikea.
Ho passato quindici giorni a domandarmi da dove venga in Italia questo anacronistico e barocco gusto dell’orrido che vomita bomboniere, vetrinette, centrini e cuscini a fiori. Siamo la patria della Arte! Perché signore ci fai questo? Perché le scarpe glietterate? Perché la nail art?
Ma niente, la risposta è dentro di te ed è “una grandissima depre tornando a casa”.

Vabbè, consoliamoci con le cose male.
Gli autobus costano un casino e non sono la gran bazza che è la metro di Londra.
Musei molto male. Per vedere il Rijks si può scaricare gratis una app sul telefono, per altro dal wi-fi gratis del museo, però non te lo dice nessuno e ti danno un altro telefono con stessa app al prezzo di cinque euro. Ma dove siamo, in Italia? Che robe.
Allora allo Stedelijk non mi fregheranno più, dico, e scarico la app lesta e ratta (= aspettando un venti minuti ferma in mezzo alla biglietteria, ma vuoi mettere la soddisfazione) e – surprise! – è solo in olandese.
Il museo più bellissimo di tutti, A+++, è quello di Veermer a Delft, dove non c’è nemmeno un quadro ma tutte le riproduzioni a grandezza originale (cioè piccole, così non ti fai illusioni, che poi ci restate male come con la Gioconda) e tante spieghe sui problemi psichiatrici dell’epoca e la sezione fantadisney tipo fatti la foto con la finestra di veermer! Guarda i filini che attaccava al muro per fare le mattonelle!
Ma soprattutto la grande epifania della arte: Vermy si vendeva i reni per comprare il blu di lapislazzulo, ma nelle sue tavolozze non c’era mai l’odiosissimo colore verde, e allora Jan batti cinque, ché io l’ho sempre detto che il verde è il male della fotografia.
Poi molto bene anche la casa dei nobili olandesi con le carrozze le pentole di rame e menù scritti in francese, che è davanti alla Foam che è molto bella pure lei.
Invece bisogna guardarsi benissimo dal vicino kattenkabinet, un’imbarazzante trappola per old cat ladies, che espone solo stampe di gatti brutte e non ha nemmeno un ruffiano bookshop dove comprare imbarazzanti portachiavi a forma di gatto.
Gente che non sa come portare avanti le truffe, che spreco.

Un’altra cosa che pensavo meglio è stata la corsa, vuoi perché era umidino, vuoi perché Vondelpark è piccolo, ma poche soddisfazioni. Mi ritrovavo a correre sempre nello stesso tratto, tipo giorno della marmotta, ‘no stress.
La vogliamo aprire una pietosa parentesi sull’idiosincrasia e lipotimia di questa splendida, splendida estate italiana di sveglie alle 6.30 per riuscire a correre manco sette km? Ma anche no.

Hai fatto delle foto? No, perché sono troppo vecchia per tutti quei chili di macchina fotografica, però la porto sempre all’estero lo stesso, per farle cambiare un po’ aria.
Però le foto le fa il telefono, che è giovane e magro.

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continuate così
24 dicembre 2014, 17:22
Filed under: mai piu senza

Dovrei sbrigarmi e andare a fare la doccia e allora quindi eccomi.
Ora che corro quasi tutti i giorni è talmente automatico corsa/doccia che era un sacco che non mi capitava di programmare una doccia e poterla posticipare crogioladomi nella colpevole procrastinazione, perché la doccia dopo la corsa è un’esigenza bella e non vedo l’ora di levarmi i vestiti appiccosetti, anzi the problema normalmente è che è inutile farsi i bellicapelli se tanto il giorno dopo li devo rilavare, motivo per cui non vedo un parrucchiere da sei mesi. Ma va bene così, andrebbe bene anche oggi, se non fosse che non ho corso perché ieri la caviglia sinistra – proprio quella, non so se mi spiego – si è risentita e quindi oggi sono a casa che mi struggo di disperazione.
Comunque, volevo fare un bilancione – cosa non si fa per evitare di doversi levare una tuta calduccia – dell’anno, che nonostante io la meni tanto con le lagne, non gli si può di’ nulla. Sì, occhei, niente eventi straordinari, però a casa tutti bene, che ormai è sempre di più la mia preoccupazione principale; io basta prelievi, dottori, misteri e allora, come sempre, uscir di pena è diletto tra noi; alcuni bonus sociali, alcuni fotografi, un sacco di serie tv all night long, vacanze belle, cani e gatti nuovi e vecchi, 1600 km, gli angoli del presente non aspettano più la memoria per diventare curve, ma soprattutto, anche se con questa cosa che devo impegnarmi a vivere fatico sempre di più sia a scrivere che a fotografare, siamo ancora qui, a goderci quelli che per me senza dubbio sono the wonder years*.


(*l’unica storia d’ammore tv per cui io mi sia mai strutta è quella tra kevin arnold e winnie cooper, dove winnie da piccola somigliava moltissimo alla mia amica ciccio e per questo io la invidiavo fortissimo)



house of cards
30 aprile 2014, 11:39
Filed under: cartoline malsane, mai piu senza

Ohhh, chi si stava facendo scappare aprile?
Aprile grandi fatiche fisiche, molti treni Itali, molti viaggi mascherati da finesettitimana dell’ammore, che erano in realtà solo una scusa per setacciare a tappeto di tutti i supermercati italiani alla ricerca dei Crusbon del Molinochiavazza (sic) articolo introvabile nella angusta capitale italiana.

Endomondo mi lampeggia di nuovo 150 km, questo mese: nonostante i bei tempi di un tempo non si vedano più, nonostante il caldo incipiente, nonostante tutta la parte sinistra decida ancora spesso di attirare l’attenzione con doloretti di polpaccio e caviglia che si rigonfia a sorpresa, sono molto contenta.

Però aprile passa alla storia come il mese di House of cards, che forse è finora la serie più sbella che io abbia mai visto. Mi faceva salire fin dal pomeriggio una voglia smodata di tornare a casa e ora che è finita sento un vuoto, un abbandono, sapesse, contessa. La cosa curatissima, rispetto alle serie altre, è la cesellata (eh?) psicologia dei personaggi: niente sconti a nessuno, umanità gretta a secchiate, che spunta ovunque, ma mista a sentimentoni, che alla fine mi ha fatto affezionare un po’ a tutti gli orribili. In particolare i momenti in cui KevinMillePremiOscarSpesi si gira a parlare con la telecamera: altroché l’America, altroché la musica.
Poi la fotografia, vabbè. Sembra che ogni scena sia una foto perfetta, ogni.singola.scena. Orghl.

Comunque essere Mr.President, o peggio ancora, la moje, è più o meno il mio concetto di inferno (a un certo punto non può più neanche uscire per andare a correre, oh oh oh) e, a questo proposito: abbiamo mai parlato di quanto poco si stia lavorando a quel problema della mancanza di un bottone “diventa invisibile”? Eh.



uscir di pena è diletto tra noi
27 marzo 2014, 13:23
Filed under: mai piu senza

82a4971caeb411e38f0d1262a4bedf57_8Ciao marzo mese intenZo.
Caro dyo, ti prego non punirmi ora se dico che credo, dopo sei mesi, di essere fuori dall’affair caviglia e che ho ricominciato a correre ai bei vecchi ritmi di un tempo. Che dire. La felicità di non dover più vivere in simbiosi con l’amico liquido refrigerante non è niente di niente in confronto alla felicità di poter correre di nuovo, con leggerezza e disorganizzazione, senza prevedere delle pause forzate, senza poi vediamo come va. Non lo so dire quanto mi sento fortunata, famo che l’ho detto bene.
Poi marzo mese di lunga trasferta toscana per inaugurare mostra nuova. Toscana uber alles, sempre, come la giri la giri.
Ho fatto due settimane di quella vita di paese in cui vai al lavoro a piedi in tre minuti, al supermercato c’è un solo tipo di latte, la gente ti guarda per strada con sospetto e poi, vabbè, il cantiere è bello anche se fa male, quindi a parte la consunzione fisica siamo contenti.
Insomma, marzo +1.
E chissenefrega.
Eh, oh, non vi basta la foto, per l’interessanza?



ultimo piano
21 febbraio 2014, 11:45
Filed under: mai piu senza

ultimo pianoNel palazzo accanto allo studio c’è un istituto di cose di arte, dove i giuovani diplomati del liceo vengono a imparare l’arte del giocare a ping pong e a esercitarsi nell’urlo della bestemmia, che io pirsonalmente non ho niente contro l’uso della bestemmia, però alle volte mentre siamo in riunione con il capo dei re dei beni culturali dell’universo risuona porcodio in tutta la strada ed è un po’ imbarazzante. Insomma ieri, nell’ora che volge il disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core, nella finestra davanti alla mia vedo questi abbracciati e dico oh, guarda che picci. Mentre la mia collega romantica sospira di nostalgia per quelli contro un muro o dentro a un cine o là dove si può, mentre la mia collega madre ci dice che lei l’idea di baciarsi con il marito-non-davvero-marito ma nemmeno dipinta (vale la regola d’oro: fare figli sempre idea geniale) io prendo il telefono e inizio a cercami l’inquadratura, senonché nel frattempo il limone si fa intenso e lei si toglie un maglione e allora comincio a sentirmi un po’ a disagio a fotografarli mentre nel mentre cerco di spiegare all’uditorio che “si toglie un maglione” non vuol dire è nuda ma che si è sfilata uno strato perché la situazione si è fatta privata. (“privata”. Che eufemismi cattolici da premio nobel che uso, e non sono manco mai andata a scuola dalle suore: applauditemi)
E niente, il soggetto inquadrato dietro il vetro con tutti i controcazzi giusti mi si ammucchia in una palla indistinta di mani e piedi e lo stevemccurry che è in me piange perché secondo me potevo fare la foto del secolo o quanto meno portare a casa l’esercitazione del GSFP di questa settimana che è una significativa rogna  che va fatta con il cellulare e facendo finta di telefonare (?).
La morale di questa storia è: se nella vostra aula pubblica c’è una finestra, ammucchiatevi ma siate picci.