ma anche no


Norway, anyway.
3 settembre 2017, 13:00
Filed under: cartoline malsane
Premessona: era un sacco di tempo che volevo andare in Scandinavia, me la sono organizzata ad aprile e, durante i picchi di caldo suino della torrida orrida estate, guardavo il meteo di Oslo come Alberto Angela guarda la mummia del Similaun.
(Alby per me sei molto bono, no volgarità)

Però, invece, tre giorni prima di partire, in un attimo ma come accade spesso, cambiò il volto di ogni cosa e mi hanno ricoverato al pronto soccorso per un’inedita puntata di malattie imbarazzanti. Questa incresciosa e francamente raccapricciante situazione, attribuibile a delle significative falle nella progettazione dell’essere umano, ha seriamente messo in discussione i miei ambiziosi progetti vacanzieri.
Alla fine siamo partiti lo stesso, però, in queste condizioni di fisico e di spirito, il viaggio è partito un po’ sfortunato, quindi non escludo che il mio giudizio sia stato influenzato dal saccone di medicine e dalla morte nel cuore che mi accompagnavano.

A Oslo ci danno la macchina e Morosiny diventa subito molto triste perché questa macchina è brutta, io spalleggio il suo malcontento spandendo minuscole briciole di mangime per criceti in ogni dove, e partiamo alla volta del nord.

L’inospitale meteo norvegese, sprezzante dei miei mesi di corteggiamento, ci accoglie con una copiosa pioggia.
La prima tappa è stata a casa di un omone islandese che aveva quattro cani da slitta, di cui una aveva appena avuto i cuccioli. Cerchiamo di mantenere una dignità con gli urletti e le vocine, ma praticamente siamo andati da lui per quello e quindi non ci conteniamo più di tanto, perché canetti di due settimane a forma di patate >>> tutto.

stoica mamma dei canetti, mia prefe.


Le distanze sono infinite, vuoi per i limiti di velocità bassi, vuoi perché è tutto un rigirare le montagne, vuoi perché perché per 300 km non c’è niente, e niente vuol dire non solo non un centro abitato ma manco un autogrill, solo montagne a picco nei fiordi, ogni tanto spunta una casetta fotogenica, in cui però non ti viene tanta voglia di vivere.

Però le foto, amici! Non so cosa mai ci farò con questa pletora di fiordi e casine.
Facciamo che questo è un punto panoramico e ne metto un po’ a caso.
(Forse poi metto qualcosa su flickr. C’è ancora qualcuno su flickr?)

Årdalstangen. Capite, io brutto non mi sentirei di dirlo.

Aurlandsfjord. Remarkable view, ma guadagnarsela bisogna rischiare la vita su una stradina di montagna a senso unico da cui scendono pullman.

Sohlbergplassen Viewpoint. Un giorno di grande commozione per il sole con freschino.

Haugastølvegen, aka Marte vatte a nascondere.

 


Ma piove piove sul nostro amor, e andiamo a Trondheim.
È con grande rammarico che devo ammettere che Trondheim, di cui si faceva un gran parlare, è stato il punto più basso del viaggio.
Perché piove ininterrottamente, perché siamo in periferia a casa di una coppia di nazi, che vivono al piano di sopra con gli allarmi inseriti e comunicano con noi solo via sms, perché io ho una improvvisa crisi di sudorazione nottura per cui mi diagnostico di tutto, perché parcheggiare è un delirio, perché il lungo mare è tristissimo, perché il mercato del pesce, insistentemente spinto dalla Lonly planet, è trappolone dove un panino al salone affumicato costa quindici euro.
Siccome l’ansia tocca vette inesplorate, provo a fare una corsetta e scopro che sì, basta una settimana per perdere tutti i muscoli e il fiato accumulati in trent’anni. Non riesco a fare più di 4 km lentissimi, sono tutte salite, piove: superdepre.
Ammetto di non poter essere obiettiva verso la povera Trondheim.

Allegria!

Gita al faro con suicidio


​Poi questi due giorni finiscono e andiamo verso sinistra, cioè a Ålesund.
Il viaggio pullula di buffi ma onerosi traghetti​, ponti e magnificenti fiordi, solo che piove, Morosiny ha la febbre, ci rendiamo conto che, sulle strade norvegesi, a fare 300 km ci vogliono sei ore e capiamo di avere un po’ sovrastimato le nostre forze.
L’host di Ålesund ci viene a prendere per strada, ci imbottisce di paracetamolo e ci stende la lavatrice: io dico che ce ne è abbastanza per piangere calde lacrime di commozione.
Anche qui stiamo in periferia, alla base di una foresta, vado in città su un pacifico sentiero sotto gli alberi, costellato di mirtilli e lamponi, grande bellessa. Appena arrivo vedo il canale, sto per dire “ah ma forse non è poi male questa Ålesund” quando comincia a piovere e riparte la triste storia di chiudersi da qualche parte a bere caffè a cinque euro.
La città è deserta e super triste, c’è una chiesa carina ma diluvia troppo per interloquirci, vado a comprare degli spinaci surgelati e torno mesta mentre piove su i nostri vestimenti leggeri, su i freschi pensieri che l’anima schiude.
Forse anche Ålseund, senza febbre e senza pioggia sarebbe stata diversa, forse, credo.

Quando credevo che andasse tutto bene

Quando ho cominciato a capire che forse no

Ålesund kyrkje con molto diluvio

Gita al faro parte seconda, per chi avesse mancato il primo primo turno di suicidio


Poi si torna a sud, dormiamo ad Ardal, un posto che istiga a un suicidio struggente ma sobrio, intorno ci sono fior di cascate e passeggiate metafisciche lussureggianti, ma -indovina!- piove, quindi non riusciamo a rispettare il programma escursioni e affoghiamo il cruccio nel pollo arrosto del supermercato e nell’abbonamento a Netflix, pensando con imbarazzante nostalgia ai nostri gatti, ghiotti di ambo le situazioni.

Per sucidarti con discrezione ed eleganza, scegli Ardal!

Agatha Christie is writing a comment

Vettisfossen si bulla di essere la 284° cascata più alta del mondo, però lungo il sentiero per arrivarci ce ne sono altre meno arroganti e più fotogeniche. Perché le cascate fotografare sembrano sempre schiuma di rifiuti tossici? Misteri fotografici.


Ma godiamoci ora un approfondimento sui supermercati.
I supermercati sono la dimostrazione di perché, con enorme costernazione di Morosiny e dei suoi ricordi adolescenziali di interrail, i norvegesi abbiano la taglia di un bisonte medio.
C’è un intero portellone frigo a quattro piani di burro, margarina e strutti, un altro di creme panne e con e senza latte, esiste una sola marca e un solo formato da 500g di yogurt bianco, in un mare di roba alla frutta chimica, poi banchi enormi di patate e carne e più o meno basta.
Nel mondo delle verdure ci sono spinaci e fagiolini surgelati, freschi sedano rapa e carote.
In compenso fanno sfoggio di venticinque tipi diversi di Wasa: indovina indovinello cosa la nostra genia si era portata da Roma come prodotto che guarda sicuramente vale la pena anche se è mezzo chilo in più? Che ignoranza, che amarezza.
Costa tutto poco più del triplo che qui, anche i surgelati, anche le uova, non parliamo di mangiare fuori, ma il punto non è quanto realmente spendi, è sentirsi poveri, ché l’essere cucinato non è triste, triste è il pensare d’esser cucinato.

Comunque partiamo alla volta di Bergen, dove, vivaddio, c’è il sole.
Sarà per questo che Bergen, dipinta come luogo turistico del demonio, a me è sembrata la città mejo, specie evitando il sempiterno trappolone mercato del pesce. Anche intorno a Bergen ci sono delle escursioni boschive di grande gioia, chiare fresche e dolci acque​ di laghetti, e altre amenità.
La nostra host è un’insegnante di yoga fricchettona con i libri ordinati per colore: come non volerle moltissimo bene?

Vogliamo dire che è brutta? Poi cosa, Sienna Miller?

Sogn og Fjordane. Non è affatto Bergen, ma lo spirito e la gamma di saturazione son quelli, quindi va qui.

Poi andiamo a Oslo, lungo una strada solitaria e marziana.
Oslo sembra vagamente Berlino est, a parte momenti di altissima architettura, seppur strizzata sul lungo mare come gli asparagi dentro l’elastico.
Però a Oslo siamo contenti, perché c’è il sole, abbiamo una casa intera, molliamo la macchina, viaggiamo sui 12 km di passeggiate quotidiane, un giorno ci aggiungo anche della corsa e faccio 26 km, me ne vorrei bullare con imbarazzante arroganza, ma purtroppo non ho pubblico sufficiente per essere acclamata come meriterei.

Astrup Fearnley Museet. Permangono le mie difficoltà con Renzo Piano.

Oslo Opera House, dove ho eletto Snøhetta i miei architetti preferiti del globo. (seguirà lunga noiosissima rassegna di omini su flickr)

Snøhetta Viewpoint. Già qui si capiva che i ragazzi sapevano il fatto loro.

Oslo Vigelandsparken, per correre con arroganza e presunzione.

Ciao Norvegia, immagino che con la neve tu si ‘na cosa grande, ma con la neve è bono pure il Tiburtino Terzo: siamo onesti, non vale.
Quello che invece ci ha insegnato l’amica Norvegia è che comunque pioggia >>> caldo,
e che,
finalmente,
grazie grazie gesù,
questa schiffia estate l’abbiamo tramortita.
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50 shades of scotland*
2 settembre 2016, 14:10
Filed under: cartoline malsane

giorno uno
Siamo ormai in quell’età in cui preferiamo un volo alle 7 di mattina che alle 7 di sera, o tempora o mores. E quindi daje con una bella sveglia alle 3, per partire di slancio e dimenticare in frigo l’olio di cocco nella una brava scatolina, appositamente studiata per permettergli di solidificarsi essere il mio unico cosmetico all around. (gira che ti rigira, la colpa è sempre del caldo, nemico della vita)
Viaggio su raccordo deserto, ma soliti brivdini del terrore a cercare parcheggio a Fiumicino, perché anche se sono le 4 è pur sempre il 16 agosto. Poi flettiamo i muscoli e siamo nel vuoto, mentre crolla l’adrenalina e arriva il malvagiuo conto delle due ore di sonno, passo tre ore a contorcermi come un boa cercando di dormire, provocando un visibile fortissimo odio nel mio vicino pelato, dotato di previdente cuscino a u.
Arriviamo ad Edimburgo e c’è tutta un’aria freschina commovente, andiamo a prendere la macchina noleggiata con anziana previdenza. Questo processo dovrebbe durare “consegna della patente vs consegna delle chiavi”, ma non per le due coppie davanti a noi, di napoletani analritenitivi che dopo 30 minuti di domande arrivano a chiedere di che marca è il navigatore, e di romani analfabeti che passano trenta minuti mimare delle bestemmie quando scoprono che non si può pagare con la postepay.
Noi invece, snobbissimi anziani di mondo, ci avviamo nel periglioso mondo della guida a sinistra. Cioè, Morosiny si avvia, io, da brava femmina del 1922, mi limito a sudare copiosamente ad ogni rotatoria e ad emettere molestissimi gridolini di terrore ad ogni strada a doppio senso. Dovremmo andare ad Aberdeen, ma la prima ora la passiamo a girare nelle rotatorie come dei criceti furbi. In compenso l’offerta panorama è adatta ad ogni esigenza, ci sono i tetti aguzzi da alto adige, la campagna gialla senese, improvvisate di boschi e pure di mare, robba forte.
Arriviamo a Dunnottar e c’è un momento commozione A) perché è un posto bellissimissimo e B) perché riprendo la macchina fotografica dopo due anni: correndo m’incontrò lungo le scale quasi nulla mi sembrò cambiato in lei.

Dunnottar Castle

contenuto audio: gabbiani che fanno iii iii iii

Morosiny si conferma sul gradino più alto del podio della resistenza alla guida, mentre io, sotto le sempre amiche vibrazioni del motore, crollo come un bel neonatone di sessanta chili, mi sveglio nella pochissimo ridente e senza parcheggi gratuiti Aberdeen, giusto in tempo per ficcarmi in un letto vero.

***

Niente, avevo deciso di tenere un diario di viaggio ma invece non ci ho avuto manco il tempo di lavarmi, quindi devo fare un micragnoso riassuntone.
A Inverness c’è stata della felicità, sì per i parchi belloni, le campagne, i castellazzi disney e i paesini di pescatori in pensione, ma soprattutto perché mi sono presa una cotta per la wonderfu funny lady che ci ha ospitato, ci ha cucinato i dolcetti ogni colazione, dato i consigli su dove vedere i salmoni e i delfini, raccontato i segreti segretissimi degli scozzesi buoni e della lemon curd.
Dico, ci aveva due gatti e una casetta per gli scoiattoli in giardino, ma di cosa parliamo ancora, di cosa.

Glen Affrick

questo è Glen Affrick, aka Ben Afflek, dove abbiamo mangiato i muffin ai mirtilli incartati da Eleanor per la merenda ♥

Falls of Shin

qui dovevano esserci i sashimi salmoni che risalgono la corrente, non li abbiamo visti ma abbiamo salivato.

Dunrobin Castle

io dico Disney scansate proprio

lemon curd

ve lo dico io cosa rende la lemon curd così più buona di ogni cosa: sempre lui, il re del mondo: the burro.

Inverness è una città piccola e onesta, intorno ci sono fior di gite per per laghi, mari, fiumi e ci ho mangiato una pizza bianca che Roma scansate proprio. Tempo molto bene, a parte quando ho pensato che forse con questo freschetto sarebbe stata una bella idea correre ed è venuto giù il diluvio, ma che siamo eroi a fare, sennò.

Inverness

a queste scarpe l’onore di chiudere la loro luminosa carriera con un onestissimo agosto di 140 km.

Quindi niente, con il cuore gonfio di nostalgia e le valigie gonfie dei preziosissimi Lyons Coffee Break Bags di Tesco, siamo partiti alla volta dell’isola di Skye.

 

Plockton

La puzza di alghe e l’assenza di mangerini non hanno permesso a Plockton di superare in classifica Santa Margherita Ligure, nonostante il prestigioso skill ampio parcheggio gratuito.

Portree

Portree è la roba più urbanizzata che si trovi a Skye

Skye

perché tutto il resto è così.

Il corredo di nuvole barocche, arcobaleni e casette fotogeniche ha reso il viaggio ricco di pause improvvise aka esperienze di premorte.

Skye

Skye

Skye

L’isola di Skye è bella di una sua bellezza acerba, quasi triste come i fiori o l’erba di scarpata ferroviaria, un posto più bello con il nebbione che col sole, quindi per me molto bene, ma non mi sento di consigliarla a chi non ha un certo gusto nel ravanare nell’emotività tragica o quantomeno qualche onesta pulsione sucida.

Skye

Skye

A Skye non ho corso, in compenso ho smaltito tantissimo perché la strada è tutta un passing place, ovvero a due sensi ma a una corsia, corriera inclusa, con a fianco la scogliera a picco sul mare. Tu chiamale se vuoi, emozioni.

Ah, pecore inscritte nelle montagne, pecore con la faccia nera e le gambe bianche, pecore grigio certosino, pecore pendenti, pecore indipendenti, pecore everywhere.

Shaun the sheep

Shaun the sheep e sorella, pigre ma anche impavide

pecora certosina

pecora certosina posh

In una nebbia di prima scelta, pullulante di tembilissimi moscerini midges, abbiamo fatto un’escursione in cima all’oldman Storr, un sasso wannabe dolomiti, dietro una coppia di arzilli spagnoli tronfi delle loro scaltre dotazioni di acqua e frutta. Morosiny è molto rissoso e competitivo sulla frutta. Panorama consigliatissimo.

Skye

Skye

Skye

Poi siamo andati a Glasgow, che possiamo con onestà definire una città molto brutta, nonché priva di parcheggi, ma siccome è piena delle robe di Charlino Mackintosh e signora, in verità vi dico, è piena di cose meravigliose. Pure la Hill House che sta un po’ a fanculo vale una gita, poi vabbè, allora, se non vi interessa, allora, vabbè, fate come vi pare, allora. Delle foto di Glasgow abbiamo solo i graffiti e gli alberi storti, Mackintosh nun se poteva fotografa’ gnente, ve lo cercate su google.

Glasgow Frank

glasgow tree

Eilean Donan

sulla strada per Glasgow c’è il castellazzo di Eilean Donan, intorno a cui ruota un’inquietante allestimento di roba per turisti.

A Glasgow si è profilata la tragedia dell’aggiornamento funesto della app di nike+, improvvisamente incomprensibile e riottosa, ma soprattutto nuova su un percorso nuovo, you know: la prima volta fa sempre male, mi sono bruciata tutte le endorfine smadonnando perché non mi aveva segnato il tracciato. Confido in una sommossa di utenti facebook inferociti che li costringa a rimettere i km al centro del villaggio, intanto uso Endomondo e sono infelice.

Glasgow Green Park

Il giorno dopo, con il livello di briciole sempre più alto dentro la macchina ed un arrogante farwest fuori

il paese era molto gggiovane i soldati a cavallo era la sua difesa (chi ha il sensore sporchissimo?)

siamo arrivati ad Edimburgo, in una grande casa con le finestre aperte in certe stanze piene di vento e una libreria con i miei stessi libri.

typo

a sinistra la foto che ho fatto prima di partire, a destra la libreria di Edimburgo. Io ho paura.

La corsa, in generale, molto male, in Scozia.
Ad Edimburgo sono finita dentro un affare che su gmap sembra un innocente parco verde, ma se un attimo attimo metti la vista satellite, viene fuori che è una specie di vulcano spento, circondato da una ciclabile parallela a una pseudotangeziale a doppio senso.
Un incubo. Amici scozzesi, ma con tutta questa pioggia che millantante, non possiamo fare un parco come cristo comanda, con gli alberi e i sentierini dentro? Tipo no macchine? Non è una bella idea? Lavorateci, dai, invece di fare le super cazzomaratone per strada.
Dopo molta mestizia, grazie a un gentile utente di Strava, ho scoperto una ciclabile con vista sull’oceano, un po’ fuori Edi. Meglio che un calcio in bocca, ma un filo inquietante, causa vento, mare piombo, nuvoloni, mancanza di alberi e comunque son 5 km, quindi ho fatto su e giù come i canetti e I rest my case: corsa senza parco no.

Cramond Silverknows

Creeeeepy.

Edimburgo pure un po’ mmm, è un po’ tutta dello stesso colore, sembra un render a cui non hanno ancora applicato i materiali, però non si può dimenticare che alla National c’è un mio quadro preferitone di sempre e nemmeno mi ricordavo che era lì, quindi grande grande emozione. Poi c’è il giardino botanico, che mica pizza e fichi, fiorellini e aiuolette, ci sono alberi, alberi, alberi (e divieto di fare la corsa, dyo perché mi odi) e pratini ed è un posto meraviglioso con un silenzio assoluto, tipo un pacchetto di felicità solida sempre a disposizione, niente a che vedere con i parchi infestati da bambini, suonatori di bonghi e avventori vari del giuoco della palla.

Insomma, di riffe e di raffe, anche ad Edimburgo c’è stata parecchia giuoia, c’era il festival, tutti questi omini pazi e solari che facevano le robe del Fringe per la strada, fuochi di dentifricio (cit ♥) musicali al castello, avocado toast e altre amenità.
Clima sempre A++, 18 gradi con il sole e luce fino alle 9: la felicità.

*cose che ci insegna la prode Emily MacKenzie



ciao 2015
23 gennaio 2016, 14:18
Filed under: cartoline malsane

Salutiamo in ritardo il nostro nemico 2015 con una matrice tassonomica irritantemente pretenziosa.
Le righe sono
1. comfort food,
2. environment,
3. from where I stand
4. running
Perché in inglese? Così, per essere un po’ fastidiosa.
(la lingua italiana è troppo saggia per avere le parole per le categorie sceme)
Le colonne sono inverno, primavera, estate, autunno.
Nonostante questa dettagliata spiega, il mio fidanzato non ha capito, però sa fare la focaccia, quindi per ora lo teniamo lo stesso.

S_1



e anche quest’estate l’avemo tramortita
30 agosto 2015, 14:04
Filed under: cartoline malsane, mai piu senza

Mi piace andare in Olanda l’estate perché fa fresco, c’è la luce fino a tardi, la civiltà e le biciclette, ma soprattutto avevamo la casa più bellissima del mondo e quindi potevo stare sempre in casa ma in *un’altra* casa, tipo un trasloco ma senza dover mettere mano all’armadio degli orrori indumenti. L’unico problema di questa bellissima casa è che la porta del bagno era sullo stesso lato della porta di ingresso ed erano identiche, quindi era un attimo svegliarsi per fare pipì e ritrovarsi a vagare in pigiama per le scale. Non sono bei momenti, specie considerando che sulle scale c’è la moquette. E, a volte, anche la gente.

Altre cose fighe dell’Olanda: le verdure già tagliate. Ma mica le carotine per l’insalata, eh, vendono i mix di porro – zucchini – cavolo nano – funghi cinesi, che li sbatti in padella con un litro di soia e Cracco spicciame casa. Poi il supermercato è aperto fino alle 22, che vista così magari sembra una notizia un po’ così così, ma considerando che il resto del negoziame chiude alle 17 secondo me è un notizione. Poi non so, fate voi.
Le case dentro sono tutte bellissime e, siccome le merde lo sanno, non esistono tende e sono tutti lì in vetrina a farti *wink, wink*, guarda i nostri pavimenti di legno chiarissimo e le cucine con tutti gli aggeggi di tendenza, i giuocattoli dei nostri biondissimi figli in leggero allegrissimo disordine per dare il mood catalogo ikea.
Ho passato quindici giorni a domandarmi da dove venga in Italia questo anacronistico e barocco gusto dell’orrido che vomita bomboniere, vetrinette, centrini e cuscini a fiori. Siamo la patria della Arte! Perché signore ci fai questo? Perché le scarpe glietterate? Perché la nail art?
Ma niente, la risposta è dentro di te ed è “una grandissima depre tornando a casa”.

Vabbè, consoliamoci con le cose male.
Gli autobus costano un casino e non sono la gran bazza che è la metro di Londra.
Musei molto male. Per vedere il Rijks si può scaricare gratis una app sul telefono, per altro dal wi-fi gratis del museo, però non te lo dice nessuno e ti danno un altro telefono con stessa app al prezzo di cinque euro. Ma dove siamo, in Italia? Che robe.
Allora allo Stedelijk non mi fregheranno più, dico, e scarico la app lesta e ratta (= aspettando un venti minuti ferma in mezzo alla biglietteria, ma vuoi mettere la soddisfazione) e – surprise! – è solo in olandese.
Il museo più bellissimo di tutti, A+++, è quello di Veermer a Delft, dove non c’è nemmeno un quadro ma tutte le riproduzioni a grandezza originale (cioè piccole, così non ti fai illusioni, che poi ci restate male come con la Gioconda) e tante spieghe sui problemi psichiatrici dell’epoca e la sezione fantadisney tipo fatti la foto con la finestra di veermer! Guarda i filini che attaccava al muro per fare le mattonelle!
Ma soprattutto la grande epifania della arte: Vermy si vendeva i reni per comprare il blu di lapislazzulo, ma nelle sue tavolozze non c’era mai l’odiosissimo colore verde, e allora Jan batti cinque, ché io l’ho sempre detto che il verde è il male della fotografia.
Poi molto bene anche la casa dei nobili olandesi con le carrozze le pentole di rame e menù scritti in francese, che è davanti alla Foam che è molto bella pure lei.
Invece bisogna guardarsi benissimo dal vicino kattenkabinet, un’imbarazzante trappola per old cat ladies, che espone solo stampe di gatti brutte e non ha nemmeno un ruffiano bookshop dove comprare imbarazzanti portachiavi a forma di gatto.
Gente che non sa come portare avanti le truffe, che spreco.

Un’altra cosa che pensavo meglio è stata la corsa, vuoi perché era umidino, vuoi perché Vondelpark è piccolo, ma poche soddisfazioni. Mi ritrovavo a correre sempre nello stesso tratto, tipo giorno della marmotta, ‘no stress.
La vogliamo aprire una pietosa parentesi sull’idiosincrasia e lipotimia di questa splendida, splendida estate italiana di sveglie alle 6.30 per riuscire a correre manco sette km? Ma anche no.

Hai fatto delle foto? No, perché sono troppo vecchia per tutti quei chili di macchina fotografica, però la porto sempre all’estero lo stesso, per farle cambiare un po’ aria.
Però le foto le fa il telefono, che è giovane e magro.

ContactSheet-002



I run to seek a void
20 giugno 2015, 15:57
Filed under: cartoline malsane

Questa la metto per la categoria every single thing you do in your life, somebody else is doing a better version of it

the terrible and wonderful reason why I run



novembre
30 novembre 2014, 23:40
Filed under: cartoline malsane

Mese di mare, di pioggia,
di imprevisti, di commercialisti,
di pane, di cane,
di albe, di treni
e di tornare, dopo quasi due anni, a correre 15 km.

2014-11-30



o forse non è qui il problema
31 ottobre 2014, 12:38
Filed under: cartoline malsane

orribile

zerocalcare, Dimentica il mio nome