ma anche no


your first 10.000 photographs are your worst
23 aprile 2012, 00:13
Filed under: puttanate intimiste
Ogni tanto mi capita di dover cercare una foto vecchia sull’hard disk di archivio, tipo perché qualcuno me la chiede o voglio controllare una data. Ovviamente affronto la cosa con lo stesso entusiasmo della ricerca della fattura 14 del 2008 o del cambio di stagione, perché il livello di disordine là dentro è più o meno uguale, ma soprattutto perché scoperchiare le robe vecchie mi fa sempre un’ansia-paura terribile, alla quale di solito aggiungo anche una spolverata di ansia aticipatoria per l’ansia che verrà.
Invece poi ogni volta che succede ci faccio notte sopra, a riguardare tutto tutto fin dall’inizio, e ne esco molto contenta, perché le mie foto vecchie mi fanno quasi tutte schifo e allora mi viene voglia di rifare tutto da capo e per bene.
Penso che ho ancora così tanto da migliorare e mi faccio anche una gran tenerezza perché mi ricordo benissimo certe foto che mi sembrarono dei traguardi incredibili, a suo tempo.
Allora in questo lungo momento di difficoltà fotografica, in cui non riesco tanto a trovare la determinazione sufficiente e mi perdo e mi deprimo e penso che sia tutto finito (lo penso. ogni dieci minuti. al giorno.), ché che ci stavamo raccontando e penso alle fotogite che non faccio da troppo, alle cose che ho perso per strada e poi altri pensieri che si avvitano sempre peggio, ecco, vedere queste foto vecchie mi fa pensare che il meglio deve ancora venire,
e verrà.
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nobody likes change
1 aprile 2012, 09:50
Filed under: mai piu senza

Son giorni che penso spesso a quante cose di me siano cambiate da quando vivo con MG. Ma cose grosse, di quelle che ai test dei giornaletti ti fanno uscire carrierista spietata invece che romaticona gnoccolona.

Tipo lasciamo pure perdere quella cosa di aver cominciato a correre, perché direi che ho già trattato esaustivamente la cosa.

Ma il cappuccino. L’ho scritto mai del cappuccino?
Ricetta per il cappuccino foriero di gusto, sazietà ed estrema gioia di vivere.
Si mettono 100 cl di latte scremato (è quello che si monta meglio) in una tazza grande, bordo sottile, non quelle da cappuccino ma quelle da tisanone e si monta fino a triplicare del suo volume con la meravigliosa, indispensabile, ticambiolavitaio, frustina a pile. E già qui c’è da restare secchi perché diventa una roba densa e collosa che sembra mascarpone e dà anche quasi lo stesso godimento (quasi). Poi si aggiunge una tazzina di caffè e si butta tutto nel microonde (aka Dio) per trenta secondi, non uno di più sennò la broda scavalca i bordi e si rovescia tutto e tocca leccare il piatto rotante. All’uscita la schiuma fa un cappellino da fungo e allora, ovunque vuoi siate, la felicità è nelle vostre mani, amigi.
Fine ricetta.
Dico: mica bruscolini, per una che non ha bevuto caffè mai mai nemmeno il gelato e forse me ne sono pure vantata pure qui.

Poi. Ho smesso di passare la notte in piedi e svegliarmi tardissimo. Io. Io che pure a dodici anni prima dell’una non sono mai andata a letto, l’ora media erano le due e quaranta. Io che in fondo alla notte c’è ancora c’è ancora. Io che mi sono sempre svegliata cinque minuti prima di uscire e alzarmi era presto un’angoscia che prendevo le gocce per una settimana. Ciccio mi ha sempre chiamato il tiratardi, per dire. Tutta l’università l’ho fatta disegnando la notte, quando la radio non ha la pubblicità e il telefono non squilla e non tagliano gli alberi e non sturano i tombini e non portano le multe. Anche da ultimo, le fotografie le ho sempre fatte la notte, dormendo tre ore e ciao. Invece adesso mi piace alzarmi presto e perdere almeno un’ora prima di uscire. Ed è un momento bellissimo, in cui posso fare colazione sul divano leggendo l’internet e mi sento la persona più ricca e fortunata del mondo, forse proprio per quel senso d’ansia che mi dava svegliarmi un minuto prima. E mi piace svegliarmi, perché so che ci sarà quel momento. Il fine settimana mi sveglio alle nove lo stesso. Quelle tirate che prima dell’una non se ne parla: ciao ciao. Forse sono vecchia, ché dicono che da vecchi si dorme meno, ma non mi mancano. Invece mi mancano tutte quelle cose che facevo la notte tipo fare le foto ma anche scrivere, che non so perché ma di giorno non è la stessa cosa. Spero tanto di trovargli una collocazione nel nuovo bioritmo (?) perché davvero quando non faccio le foto io sono una persona peggio, ma peggio forte e già partivamo da bla bla bla.

L’altra cosa sconvolgente è che ho iniziato a odiare il telefono. Io. Io che ho passato metà della vita, più o meno tutte le ore che non ho dormito, al telefono a fare le chiacchierette, a litigare, a piangere. Mi sembra veramente un insulto a tutti i cazziatoni che mi sono sempre presa per le bollette al tempo della sip (…) e per il telefono sempre occupato ai tempi delle flat. Adesso se squilla il telefono sono solo rotture di coglioni o brutte notizie: mi prende immediatamente l’ansia. Forse perché nove su dieci è mia madre? Eh. Ma forse anche perché la mia generazione -credo, ma magari sto a di’ ‘na cazzata- non ha mai digerito il cellulare come oggetto per le chiacchierette, quindi non succede mica che uno ti chiami per quelle belle telefonatone fiume. E anche se è qualcuno che mi fa piacere sentire e che ci si potrebbero fare le chiacchierette, non mi piace questo mezzo impacciato dove non si capisce niente, e via a tutti gli altri luoghi comuni sul telefono che non avevo mai capito.

E poi a un certo punto si sveglia MG e si mette buono a fare le sue cose e poi andiamo in giro insieme in motorino e guardiamo bene le persone e andiamo a fare la spesa e andiamo al cinema e e stendiamo la lavatrice e ci sono sempre un sacco di posti dove andare ma anche un sacco di film da rivedere appallottolati sul divano e pensate da fare e di cose da ridere e intanto io penso penso penso che vorrei che non finisse mai.