ma anche no


nel blu dipinto di blu
28 gennaio 2012, 23:03
Filed under: puttanate intimiste
Ogni volta che passo per la strada, che chiameremo *** per sentirci manzoni, mi arriva una tranvata emotiva, che chiameremo madeleine per sentirci proust, di un ricordo di una primavera, che chiameremo maledetta primavera per sentirci loretta goggi.
C’era una volta un ragazzo che mi piaceva tantissimo.
Questo ragazzo che mi piaceva tantissimo mi era venuto a prendere e io ero molto agitata di inanellare cazzate a cascata.
Era pomeriggio e lui guidava: aveva un golf celeste con le maniche un po’ tirate su, che si vedeva bene l’inizio del braccio. Io cercavo di starlo a sentire senza guardargli le mani, questo ragazzo che mi piaceva tantissimo, ma se poco poco mi cadeva l’occhio sull’avambraccio mi partiva questo pensiero io non ce la posso fare ti prego ti prego riportami a casa.
Ecco, quando passo da *** mi torna questa sensazione di essere così emozionata da non avere veramente il coraggio di stargli vicino un minuto di più, a uno che ha quegli avambracci lì che spuntano dal golf celeste.
Poi un giorno, dopo due anni e un bacio, lui mi disse che quel maglione gli andava piccolo e quindi aveva le maniche tirate su perché erano corte.
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posto di blocchi
22 gennaio 2012, 12:07
Filed under: mai piu senza

È un po’ che non parliamo della dieta, quindi parliamo un po’ della dieta.
Sono stati degli anni un po’ pesanti, da queste parti, cause varie, quindi ora non mi entra più gnente e sono approdata in dei territori della bilancia mai esplorati prima. Ovviamente siccome sono una persona equilibrata e zen non me ne frega un cazzo e non mi deprimo affatto quando mi accorgo che l’unico indumento che posso indossare è il pigiama. Plus dei plus, ho scoperto che siccome ho avuto questa bella pensata di lavarmi un imbecille neo che si faceva i cazzi suoi da trent’anni, per punizione, non posso più fare nessuno sport per un mese. Allegria!
Allora questa settimana elo mi ha convinto che dobbiamo fare la dieta a zona che l’ha preparata un’amica sua farmacista e vedessi il marito il fratello la cognata che fighi. Vabbè. È un delirio di blocchini blocchetti e alimenti surreali come l’avena decorticata in chicchi o le perle di omega 3: non ci capisco una sega.
Tipo stamattina ho mangiato 160 gr di ricotta, tra due ore ci abbiamo degli anacardi lessi, tipo. Mi sento un po’ una persona strana, di quelle che quando le inviti a cena si portano la scatolina con le mucillagini e, mentre tutti fanno la scarpetta nelle lasagne, deglutiscono poltiglie multicolore facendo finta di essere normali.
Ho come l’impressione che far digerire a mia madre che la pasta alla gricia non rientra nel miniblocco carboidrati sarà più difficile che non mangiare la pizza per un mese.
A parte questo.
Siccome i disturbi alimentari se sei un’adolescente magrina fanno tanto moda e bisogno di protezione, ma se hai superato i trentanni sei solo un’isterica fuori tempo massimo che dovrebbe occuparsi di mastite, volontariato in uganda o al massimo mostre sul capitalismo francese, facevo un po’ di pensate sul cibo.
Il cibo oggi è praticamente l’unico aggregatore sociale.
Chiunque bisogna vedere, dovunque bisogna andare – lavoro, famiglia, amigi, ammore – c’è sempre il momento ingozzo collettivo.
E se ne parla in continuazione.
Di cosa mangiare, dove come e perché.
Che se, per salute o scassamaronità, decidi di tirarti fuori dalla giostra delle pizze, sei automaticamente fuori da tutte le giostre, il che tra l’altro non aiuta a sopportare la privazione da pizza.
Mangiare è l’unica gratificazione sempre accessibile, e allora perché se la mia giornata è stata brutta non devo gratificarmi? E cosa ho fatto oggi per meritare la punizione della non gratificazione?
E perché un gelato solo, se me ne meriterei cinque?
Ora, al di là delle taglie, delle bilance, dei media con le modelle obese, mi sembra che il cibo abbia assunto un enorme valore ideologico e sociale, e si sia persa di vista la sua reale funzione. Attenzione, non sto dicendo che dovremmo mangiare tofu con le arachidi gigliate invece dei panzerotti di luini, ma che perché se ci vediamo in pomeriggio dobbiamo per forza prendere il caffè/il cornetto/il tramezzino biologico/la centrifuga? Perché non riesco ad immaginare una cosa bella senza andare a planare, prima o poi, sulla certosa? Perché la felicità deve essere legata a filo doppio ai bucatini?
Adesso mi direte che se io fossi magra starei felicemente a sfondarmi di bignè senza pensare ai ruoli della piadina nelle istituzioni, e che vi devo dire amigi, sicuramente è vero, però in un mondo che ci è ostile rovinato dalla droga siamo molti di più ad ingrassare (ehm) le fila dei ciccioni e quindi secondo me ho fatto ‘na pensata utilissima.
Adesso scusatemi è ora dello spuntino sedici grammi di mirtilli e un terzo di nocciola.



sogno numero due
16 gennaio 2012, 08:05
Filed under: puttanate intimiste

Stanotte ho sognato camilla.
Io aprivo la porta della stanza e i gatti uscivano, ed erano due.
Uno era arturo, l’altro era piccolino e veloce.
Allora dicevo ma guarda, c’è anche camilla.
La seguivo e lei si metteva in una scatola e mi guardava e faceva miao, come faceva quando la guardavo fissa.
Aveva una cicatrice rosa sul petto, e io dicevo ma vedi è proprio cami e questo invece avrebbe dovuto fami pensare perché camilla non ha mai avuto una cicatrice sul petto.
Invece andavo dillà da Sbanfi e dicevo vieni a vedere, c’è cami nella scatola!
Sbanfi veniva con me e non diceva niente e allora io insistevo e dicevo guarda! la vedi? è lì, io proprio la vedo, non puoi dirmi che non la vedi.
E Sbanfi non diceva niente.
Io insistevo dimmelo se non la vedi, perché io proprio sono sicura, è lei.
Allora Sbanfi mi abbracciava e parlava piano piano, come se mi stesse prendendo per la collottola facendo molta attenzione, e diceva “amore, se lo vedessi te lo direi. Mi dispiace tanto, ma non c’è.”
Io mi giravo verso di lui e lo guardavo, per vedere se era serio.
Poi mi giravo di nuovo verso la scatola ed era vuota.
E mentre dicevo che mi sembrava proprio mi sono svegliata.
E ho un pianto un po’.
Ciao, cami.



e di nuovo cambio casa
13 gennaio 2012, 21:45
Filed under: bll bb bll parlaci di lei

E allora gnente, dopo aver letto un paio di robe sulle fughe da splinder e aver detto ma nemmeno per niente, io proprio perdere il senno e congelarmi li piedi il fine settimana per splinder io proprio mpf, mi è venuta la tigna tignosis e ho traslocato.
Di quali lacrime e di quale sangue, ma soprattutto di quali piedi freddi grondi tutto ciò, lo immaginate, perché è una roba pallosissima a prova di disturbo ossessivo compulsivo abbinato a tette piccole.
E quindi così, ora sono qui in mezzo agli scatoloni che mi bevo una birra guardando le finestre senza le tende e mi chiedo se un giorno ci avrò le forze di pittare le pareti.
Belle pareti, eh. Siamo passati da sottoscala venti metri quadri tor mignotta a attico a via della fighità.
Perché dai, ora noi ci siamo un poco affezionati come ai gatti scemi con l’occhio guercio, ma sappiamo tutti che niente al mondo ha mai funzionato di merda come splinder. E i telefoni motorola. Qua invece, che robe! Pavimenti di vero ciliegio! Riscaldamento autonomo! Ampio parcheggio! Tipo mica mi dice scrivi un post, lui dice ‘elenco articoli’. Articoli, capito. Sono Eugenio Scalfari.
Vabbè, comunque.
Finora l’anno duemiladodici mi ha dato molte delusioni.
Tipo ora non solo so cos’è una sutura intradermica, ma ne ho pure una.
Mi hanno tolto un neo che non faceva male a nessuno, in maniera assolutamente truffaldina dicendo ah vieni qui un pomeriggio tranqui tranqui, invece se lo sapevo che era una roba così ER quanto meno mi facevo venire a prendere e portare a cena fuori, checazzo.
Mi hanno acconciato sulla sediola, con la cuffietta da parto e il camice con i mefitici rombini, e mi hanno portato di gran carriera davanti a un plotone medico schierato in pompa magna a braccia conserte. Dottore anestesista tre infermieri e laura pausini di sottofondo. Ma bellissimo. Non ho fatto in tempo a pensare che la lampadona operatoria esisteva anche fuori dei playmobil di ciccio che mi hanno sdraiato come una sardina sul tavolo operatorio. No, dico: tavolo operatorio.
A questo punto, non completamente soddisfatti dell’effetto terrore, mi hanno messo il coso per il monitoraggio cardiaco e allora lì ho pensato – giuro serissima – ora mi alzo e dico “Sapete, mi sono ricordata che ho un impegno importantissimo, devo proprio andare.”
Invece poi no, e mi hanno macellato.
Mentre cercavo un modo per recuperare un po’ della ghottissima occasione perduta di lagna giustificata mi ha chiamato il Fotografo e mi ha chiesto se mi andava di andare a Bari in giornata. Giornata della domenica. Volo alle 7 am. Ché io a Bari ci sono stata nel 2004, quando mi avevano mandato per l’inaugurazione di una filiale sfighi e io ho perso l’aereo e sono arrivata a pasticcini finiti. Da piangere.
Devo svegliarmi alle quattro e ho come l’impressione che la mia sutura intradermica non mi varrà un camogli riscaldato.
Moan moan.