ma anche no


sonno forse sì, voglia di andare a letto no.
30 dicembre 2007, 00:10
Filed under: puttanate intimiste

“Torna più presto che puoi dentro questa nottataccia che sto vivendo.
Vendimi delle rose bianche e delle canzoni da circo con dentro delle facce spiritose e gentili che sappiano ben suonare i loro strumentini di legno.
Fammi essere contemporaneamente Stanlio e Ollio.
Fammi vedere il biglietto vincente della grande Lotteria Del Gelato Di Capodanno 1979 dove tu leccherai tutta la cioccolata e io tutta la panna.
Insomma, divertiti, e se ci incontreremo ancora, fammi divertire.”
sincerely yours,
the horrible.



happy field forever
28 dicembre 2007, 19:50
Filed under: mai piu senza

Tutto quel che posso dire è che una delle poche certezze ho mantenuto da quando avevo sei anni è che la sola cosa nella vita paragonabile a mangiare quattro raffaello di fila è sciare a venti metri dal gatto delle nevi che sta battendo la pista.

Distillo corrosivo odio purissimo, che gli faccio un baffo all’Imperatore di guerre stellari,
quindi,
fatevi pure avanti,
prego.
E’ decisamente ora che questo anno finisca.



kettle whistle
19 dicembre 2007, 23:19
Filed under: mai piu senza

Quando salgo le scale (perché salgo le scale a piedi, ci mancherebbe. Sono salutista, ecologista e claustofobica. No, claustrofobica non è vero però salutista – ecologista fa tanto frullaminchia che deve assolutamente bere succo di mirtillo alle sette antimeridiane. Uhm. Vabbe’, giuro comunque che non ho mai bevuto succo di mirtillo) fischio.
Cioè, fischio.
Non so fischiare quindi emetto un sibilo modulato che nella mia testa è the man who sold the world e negli orecchi degli altri è un bollitore otturato, a quanto si dice.
Ora sulle mie modalità di fischio ci sarebbe da disquisire, perché invece di, come dicono, aspirare, io soffio e il risultato è una specie di inquietante sibilo, che se non doveste possedere un bollitore potreste sentire l’esigenza impellente di comprare un paraspifferi (a forma di gatti visti da dietro, magari. Brr)
Io, mi sa che l’ho già detto, provo grande ammirazione per tutti quelli che fischiano.
Tipo succedeva spesso questa cosa col tipo, che andavamo al supermercato e ci si divideva e io sentivo uno che fischiava miles davis nel reparto surgelati, e nell’intimità del reparto verdure pensavo ah che figo senti uno che se la fischia, chissà chi è. E poi era lui.
Era carino, così, quando ci si ricongiungeva romanticamente nel reparto carta igienica.


Comunque tutti i miei conoscenti hanno cercato di insegnarmi a fischiare e tutti hanno fallito, perché, in verità vi dico, secondo me fischiare serve ad ostentare indifferenza e allora è congenito che chi non è capace non sia neanche in grado di fischiare.
Ora credo di aver divagato un attimo giusto un attimo, perché quello che volevo dire è che per ovviare a questi disguidi (ovvero voglio evitare che chi di dovere si precipiti in cucina o per spengere il bollitore o per ravanare nei pertugi alla ricerca di un bollitore segreto) in alternativa, quando salgo le scale canto.
Siccome però il mio controllo cerebrale più di tanto non va, canticchio canzoni improbabili, una nuance che va dalla sigla di daitan a puccini, e dunque chi mi aspetta di sopra di solito se la ride.
Mi spia e se la ride.

Quindi, se vogliamo di grazia venire al sodo, c’è questa canzone (bellina) dei tre allegri ragazzi morti che dice era bello sentirti cantare giù per le scale e io quando ho sentito questa cosa ho pensato che forse sono stata fidanzata con un ragazzo morto e non l’ho mai saputo.
Suona un po’ strana così, ne convengo.
Mi viene da inserire una terribile battuta sull’inserimento della parola suona in questo contesto, il che mi fa capire che spartisco più tempo del dovuto con un mio amico cretino che per rispetto della privacy chiameremo junior.



celebrity match
17 dicembre 2007, 12:12
Filed under: bll bb bll parlaci di lei

Mi hanno intervistato.
No, dico.

A un certo punto l’intervistatore ha avuto l’arguzia di dire "sei diventata rossa!" il che ovviamente oltre a farmi sentire un’idiota totale, mi ha fatto diventare ancora più rossa, il che a sua volta mi ha fatto sentire un’idiota più che totale e dunque ancora più rossa e via dicendo senza soluzione di continuità.

Per definire in una parola il mio stato confusionale basti dire che un certo altro punto ho tirato in ballo casavianello.
Altro che CartierBresson.
Eh.

Vabbe’, ora scusate, ma vado a rifarmi le tette e a preparare la valigia per l’isola dei famosi.



my darling child
6 dicembre 2007, 16:50
Filed under: mai piu senza

L’altro giorno è venuta collega a presentare al tempio un neonato nuovo di zecca.
Ora, come la penso io sui bambini è risaputo, ed è stato anche casualmente espresso in modo magistrale qui, tra l’altro.
Quello che mi chiedo è cosa la gente si aspetta che succeda quando ti portano a vedere un bambino.
Generalmente più o meno giuliva, più o meno occhiaiuta, più o meno tettona, arriva la neomammma con il saccone ripieno al seguito.
Ohh, meglio la carrozzina, il marsupio, il passeggino a tre zampe?
Poi apre il bozzolo sottovuoto ed esce il coso, che per carità, mica io gli voglio male, cioè, in realtà non gli voglio niente, sinceramente.
Nove su dieci il coso dorme.
Ohh, che carino, o, guarda il naso è proprio tuo e gli occhi sputati a Gualtiero, l’espressività però chiaramente è dello zio Maciste.
Ohh, guarda, ha storto il naso!
Ohh, guarda, ha chiuso la mano!
Ohh, guarda ha girato la testa!
Allora, dico.
Siccome non proprio che sia come andare al cinema (a meno che non stiate andando a vedere le onde del destino) io dopo diciamo cinque minuti, con permesso, mi rimetterei a lavorare o a contarmi i peli del naso o a pensare a come sarebbe la mia vita se fossi la principessa carolina.
Perché aspettarsi che si resti tutti impalati come se ci fosse la donna baffuta o il nano con tre palle?
A questo punto generalmente qualcuno intavola una interessantissima discussione su colore delle pappe e consistenza delle cacche, o viceversa, su quanti capelli ha rispetto a elvira che proprio era uguale uguale, su bagnetto, passeggiate e coliche, anche di elvira quindici anni fa, ovviamente.
Notizie che normalmente aneliamo tutti di ascoltare in ogni conversazione degna di nota, ci mancherebbe.
Quello che mi chiedo perché si pretende che la gente si interessi a un coso che ha la stessa interattività di un polpetta per un tempo superiore ai cinque minuti.

E comunque, facciamocene una ragione: alessia è un nome da troione.
(e tu, word, fattene una ragione: voglio dire troione, non troiane)



the end has no end
2 dicembre 2007, 22:44
Filed under: bll bb bll parlaci di lei

Rieccoci.
So che sto sprecando tutte le mie chances di inserire del melodramma nella mia blogvita, ma almeno vertigoz smetterà di fare la lagna che gli ho rovinato la blogvita.
Comunque.
Mi hanno di nuovo, inspiegabilmente, chiesto di fare delle fotografie e di pagarmi per questo, il che, a parte farmi sudare copiosamente la schiena, genera in me un vortice di pensieri esistenziali di disgustosa banalità, con il risultato unico che mi lagno e mangio rittlesport alternativamente ma anche contemporaneamente.
Il caso vuole che io debba fotografare degli autobus, o meglio la grafica degli autobus e che questi autobus non si sa quali siano, quindi che io mi debba appostare a mo’ di paparazzo a tutte le fermate degli autobus di mia conoscenza.
Dunque un ridente sabato mattina mi piazzo a Torre Argentina e mentre passo le quattro ore seguenti a farmi guardare con sospetto –fondato- da tutti gli astanti, imparo a distinguere la pubblicità di lipton da quella di come scaricare dalle tasse lo sport dei figliuoli dal solo muso dell’autobus a un centinaio di metri.
Son soddisfazioni, per carità, solo che un pochino, ma giusto un pochino, comincio a innervosirmi visto che oltre a una trentina di autobus normali sono a 3 davidmayer con figone, 5 nokia con uomo ragno, 5 upim con bellezza del donare ma ancora niente del mio sospirato obiettivo.
Poi sono davanti a Feltrinelli e siccome, che resti tra noi, io ho duecento e dico duecento punti sulla carta Feltrinelli il che equivale a sessanta e dico sessanta euri di sconto, c’è questa tentazione irresistibile di fare dietro front, mollare gli autobus istoriati al loro destino e varcare trionfante la soglia.
Feltrinelli dove, sempre che resti tra noi, c’è tra l’altro una occulta toilette di cui inizio a sentire il bisogno.
Per fare fronte alla lacerante dicotomia comincio a brontolare sommessamente, quel simpatico show tra le mie due personalità, che se siete molto sbronzi può anche essere divertente, ma il sabato mattina per strada genera solo un certo ribrezzo nei passanti.
Più passa il tempo e più io sono tentata di scegliere l’opzione C, la mia preferita di sempre, l’intramontabile evergreen: sedermi per terra e mettermi a piangere.
Poi però miracolosamente, dopo l’ultimo relax(i) tax(i), arriva anche Lui.
Se nonché, non si ferma.
Allora scomodando tutte le divinità di mia conoscenza, io comincio a trottare, inquadrando scorci di calzini e lampioni, alternativamente – nel mentre ho anche il tempo di fare questo pensiero degno se non di eddie almeno di junior: sto facendo uno scatto scattando, che poesia – però i semafori son tutti verdi e io continuo a correre in modo assolutamente irrispettoso della vita in mezzo a corso vittorio gridando –lo giuro- “fermati!” il che fa capire agli avventori delle fermate di largo argentina che avevano motivi fondati per guardarmi con sospetto.
Mentre torno indietro sempre più desiderosa di accendere l’opzione C, ne passa un altro.
Stessa scena.
Non so se ho più voglia di piangere o di bestemmiare.
Sono veramente veramente afflitta, sono le quattro ed è praticamente buio.
Mi sento come se avessi vinto la lotteria e avessi buttato il vaso con tutti biglietti giù dal balcone, coadiuvata o meno da un piccione.
Dunque, disgustata dalla mia inefficienza, decido di tirarmi su andando a tagliarmi i capelli e farmi mettere il terzo bollino sulla super carta fedeltà.
(la mia vita dipende dalle tessere punti, ho come il sospetto)
Ovviamente arrivo in uno stato di prostrazione assoluto che mai dovrebbe sussistere al cospetto di umani armati di forbici o peggio, come nel mio caso, di macchinette elettriche.
Eh.
Io dico praticamente fate di me quel che volete, tanto sono una merda e non merito di vivere, loro asseriscono e con malcelata gioia mi infliggono tutti i trattamenti esistenti nonché tentano di vendermi uno sciampo del valore di venti euro.
Io sono troppo afflitta per combattere per le mie chiome, ma cazzo, lo sciampo antirughe no.
Esco che sono tipo giano bifronte, con heidi per la parte davanti e uno spinone per la parte dietro, con enorme soddisfazione della aiuto sciampista creativa e la tentazione sempre più forte di darmi all’opzione C.
En fin vo a casa tutta mogia mogia e come ultima spiaggia scelgo di tirarmi su con un metodo infallibile: tingere le robe in lavatrice. Ci ho giusto giusto questi pantaloni del pigiama macchiati di varichina che non vedono l’ora di diventare neri. Taglio le vaschette, le poggio con cura,  metto il sale, 60°,  programma normale e penso che insomma almeno qualcosa di buono oggi ho fatto.
Lo penso però fino alle 2.05 am, quando tiro fuori dalla lavatrice un cencio molliccio che scopro essere la maglietta del pigiama invece dei pantaloni.
Mi sembra evidente che per qualche motivo che sinceramente mi sfugge, qualcuno nei cieli desidera che io mi dedichi all’opzione C.
Vado a letto senza più fare rigorosamente niente, per evitare di dare fuoco alla casa cercando di scaldare la camomilla o trinciarmi l’aorta con le pagine di Feltrinelli.