ma anche no


ma anche no.
27 marzo 2007, 17:30
Filed under: mai piu senza

punto primo.
Da una settimana a questa parte mi chiama un numero ricco di quattro, ad ogni ora del giorno e della notte. Mi fa un drin, quello necessario a farmi alzare la testa e poi un secondo, quello necessario a bestemmiare, poi basta ma dopo sette secondi mi scrive xke nn risp? Ora io gli ho cortesemente fatto notare in irreprensibile italiano, che, probabilmente, egli sta equivocando destinatario e io ci avrei anche un poco sonno, adesso. Mi risponde sn enric, dai rispm. Allora io, che sono una persona a modo, chiamo questo numero pregno di multipli del due per avvisare il carissimo che io non conosco nessuno enric (a parte zeboss, il cui desiderio di contattarmi è indubbiamente pari al mio di sottopormi a una colposcopia) e che cortesemente dedichi le sue estremità ad attività più produttive che comporre numeri a caso: non ci crederete mai, ma non mi risponde.
Allora mi incazzo, e che diamine: passi che il mio numero di telefono istori i cessi pubblici, però che se la tirino pure quelli che mi chiamano, eddai no, eh.

punto secondo.
Perché i raider hanno cambiato nome? Raider era un forse sotto sotto un acronimo palindormo dell’anticristo? Cosa mai spinge questi ammiccanti prodotti da bancone a rinominarsi? Ogni volta che sono in fila al supermercato, io non mi do pace, vedo che invece l’umanità continua imperterrita le sue attività. Mondo qualunquista.

punto terzo.
Il mio amico dentista nel giorno del (dente del) giudizio, mi ha avvisato che le benzodiazepine abbassano i freni inibitori e infatti lunedì urlavo vaccate a un volume spropositato, il che sarebbe ordinario se non fosse che le vaccate in questione riguardavano il tizio seduto dietro di me. Ricordarselo.

punto quarto.
Nessuno di quelli che mi ha millantato lavori ha in realtà sostenuto il suo progetto, in compenso ho speso oltre mezzo milione (del vecchio conio, s’intende) per stampare una vagonata di inutili fotografie che ora mi ricadono sul groppone, a sottolineare la mia condizione di disoccupata fallita e squattrinata.
(Credo dovresti iniziare a pensare al fatto che hai un problema)
Dicevi, il 50 f1.8 a ottica fissa? eh?

punto quinto.
Ho molta voglia di scrivere chiasmi filosofanti banali e parimenti mediocri, puttanate intimiste di un’inutilità di certo spessore, consigli letterari e cinematografici assolutamente superflui. Sono pronta per Panorama e Cosmopolitan. Insieme.

Annunci


vedo mostri, faccio mostre (mondanità, questo periodo, diamine)
20 marzo 2007, 13:06
Filed under: bll bb bll parlaci di lei

Allora succede questa cosa qui che c’è la signora inaugrazione, quindi bisogna montare le robe faticosamente e onerosamente accumulate da me in un mese: come avrete tutti potuto notare per l’occasione scende il diluvio universale.
Ma a noi, questa cosa, ci tocca, forse, questa cosa? Puà, figurarsi.
Impreservativo foto e fondali e me ne parto alla volta di san Lorenzo, dove superbudda di cui sotto mi ha dato appuntamento alle cinque, "così montiamo le cose insieme".

Già, tuttavia alle cinque io mi ritrovo sotto il diluvio a fare dissertazioni autistiche sul pregio artistico dei graffiti della serranda del locale, nel frattempo assisto a due e dico due incidenti macchina vs. motorino, tutti mi vogliono in tribunale a testimoniare, cerco di non farmi scivolare i cartelloni e inzio a pensare che non sarà una giornata facile, no.
Sb arriva con sussiego alle sei, senza dare il minimo segno di contrizione apre il locale e si mette a spolverare i bicchieri.
Ah, ecco.
Con disappunto incipiente noto l’assenza dei faretti che avrebbe dovuto comprare un mese fa, nonché delle locandine che si è fatto mandare che io le do da stampare a un amico mio che fatti servire.
Oso molto timidamente: ma forse le locandine della mostra precedente le togliamo?
Sb mi guarda come se gli avessi chiesto se si è mai fatto la barba in vita sua: perché?
Ma sì, perché?
E’ giusto, in fondo, perché mai non dovrebbe esserci la locandina di un’altra mostra?
Quanto sono banalmente egocentrica, pure io.
Ma va bene, eh, va bene, io sono molto calma, figurati, anche quando mi accorgo che c’è ancora tutta la mostra precedente con i realtivi cinquecento pannelli di metallo da schiodare, che problema c’è.

Comincio a attaccare le cose mentre mi tremano vistosamente le mani e sono palesemente sull’orlo di una crisi isterica, ma niente paura, superbudda si rende conto dell’emergenza della situazione, smette di spostare i centrini sui tavoli e corre in mio soccorso: attacca della deliziosa musica lounge e si mette a spolverare i bicchieri, chiaramente i principali responsabili del mio malessere.
Comunque non dimentica di dare un contributo sostanziale alla manodopera, passando e profetizzando “non ti reggeranno mai incollate così.”
Poi evidentemente ha fatto la sua parte, dunque si mette a telefonare.

Alle ore sette entrano due coppiette con cui sb si intrattiene sugli accostamenti tra ricotta di mucca e cioccolato dell’equador per circa venti minuti, sedendosi con loro con mentre qualcuno abbigliato da idraulico ma vagamente più incazzato si spacca le mani a staccare i pannelli di metallo.
Vengo interpellata solo per darmi una tazza in mano e dirmi, testuale: vai al bar e ti fai fare una cioccolata? Grazie.
Massì guarda, in effetti non sapevo proprio come ammazzare il tempo, poi visto che fuori diluvia non immaginerei niente di più bello che entrare in un bar di cinesi con una tazza di porcellana in mano.
Dopo i dieci minuti necessari alla comprensione delle mie richieste surreali i suddetti cinesi mi degnano di una risata e uno sputo.
Torno con la tazza piena d’acqua piovana e sento che il mio smadonnamento silenzioso sta urlando per uscire.
Dico: senti carino, io ho attaccato tutte le foto sui pannelli, te li lascio lì tu li attacchi a 1,40, che io vorrei anche farmi una doccia, magari.
Ah no, assolutamente, poi figurati, magari li attacco male, dai, finisco con i loro tè e arrivo.
Altri venti minuti con altra coppietta a disquisire tra le sfumature aromatiche del tè affumicato della papuasia e quelle speziate della nuova guinea.
Quando ho praticamente smontato tutto viene con un’aria
grave da santone condiscendente e dice, di nuovo testuale: “visto che mi stai trasmettendo la tua catarsi nervosa, vai pure’”

Io sono oltre i livelli di guardia della preoccupazione al momento, quindi mi infilo in macchina e affronto l’ora di punta del rientro, augurando morte istantanea a tutti i concorrenti del gioco torno a casa alle otto sotto il diluvio.
Alla mia prodiga genitrice basta un’occhiata per capire che è il caso porgermi con una certa premura un bicchiere di lexotan.
Dopo la vita migliora, decisamente, mi rilasso talmente da scordarmi metà delle altre robe a casa.
Peace and love.

Le foto sono attaccate e io ho degli amici carini.
Grazie a tutti quelli che son venuti e non hanno detto delle cose orribili.
Grazie ai tre moschettieri, che son rimasti fino alla fine a dire le scemenze intorno al tavolo, mentre io mi ingozzavo allegramente di dolcetti facendo una figura di merda dietro l’altra.

Ma soprattutto grazie alle benzodiazepine, che mi hanno permesso di giungere viva a fine giornata.



picnic ad hanging rock
18 marzo 2007, 23:57
Filed under: bll bb bll parlaci di lei

Oggi siamo andati a fare il pic nic della socialità, socialità nel senso che ci erano altri individui oltre le mie personalità multiple.
Anche vari individui che non conoscevo, cosa che mi rende generalmente oltremodo restia al proseguimento delle funzioni vitali.
In effetti ho cercato la morte tramite decapitazione mediante frisbee in puro stile sicario coreano (coreano?) di 007 goldfinger, di una certa classe devo ammettere, poi tramite annegamento provocato da due birre che han pensato bene di rovesciarmisi sulla giacca plastificandola utilmente per le piogge a venire.

Comunque, a parte questi piccoli incidenti vagamente mortali, ho visto diversa gente che non ero io prodursi in eleganti figure di merda e questo mi ha dato una certa soddisfazione anche se ovviamente non ho mancato di fare la mia parte.

Tipo mi rivolgo a uno dei commensali, che tra l’altro mi era stato seduto accanto per tutta la funzione, e proferisco con una considerevole spocchia:
– anche se io non ti conosco, domani inauguro una mostra, se vuoi venire…
– veramente ci conosciamo e ci siamo già incontrati diverse volte.
– ? (oddio)
– alla partita di beach volley.
– ma che dici, la partita di beach volley me la ricordo benissimo e tu non c’eri (erano tre e dico tre anni fa. Ma cazzo, eddai)
– ero in squadra con te.
– ma no, dai tu non c’eri, eravamo in quattro in squadra, io michela federico e …
– io. Guarda, mi sa che continui a peggiorare la tua situazione, io la finirei.
– …
(sei zero per lui, diciamo pure. Stima.)

Per festeggiare la mia debacle, con questo sconosciuto niente affatto sconosciuto ho intavolato una accesissima discussione sulla ereditarietà genetica del carattere di merda, discussione secondo me astutamente da lui concepita per farmi sentire in colpa (con gran successo, tra l’altro) e come tutte le discussioni finita che ognuno è rimasto della propria opinione.

Però non sono comunque riuscita a trattenermi dal costringere la fra a raccontare dettagli splatter del parto, per poter scuotere la testa con aria molto seria e accigliata, nonostante lei abbia fatto un parto da manuale in un’ora con l’epidurale e bla bla bla. Io rimango anche qui della mia idea: questa roba qua di partorire è proprio una cosa contro natura.
Via, non è naturale che un coso grosso così esca da una cosa grossa così.
Dico, ma se vi dicessero fatevi adesso uscire il fegato da una narice poi mettiamo dieci punti e tranquilli, funziona così, ma dico, a voi vi sembrerebbe normale?
Secondo me è tutta una gran balla.

Io dico: partorisci un embrione, lo metti in un vaso di vetro pieno di plancton in mezzo al salotto, lo segui nelle sue trasfigurazioni quotidiane, finché non scatta il timer: drin drin e lo tiri fuori, pronto. Ma vuoi mettere?
Niente sangue, niente tagli, niente punti, niente disgustose deformazioni, niente fontanelle compresse, niente dottori, niente minestrine e lenzuola di poliestere: tutto comodamente sdraiati sulla chaise longue con chopin di sottofondo (ma anche gli acdc, volendo).
Si potrebbe anche creare una linea di vasi appositi decorati di varie finiture: mille posti di lavoro, almeno.

Dico, sul serio, ma non è una bella idea?
Senza pensare al risparmio pubblico, poi.

Secondo me le evolute genti del futuro, Huxely docet, manco per la cippa che si faranno squartare per produrre dei viscidi mostri violacei, allora sì che qualche esimio studioso farà i soldi trovando questo blogghe.



femme fatale
17 marzo 2007, 12:18
Filed under: bll bb bll parlaci di lei

Stamattina sono andata a un colloquio.
Erano tutti sospettosamente gentili.
Tornata a casa ho scoperto di avere i pantaloni aperti.

Forse mi prendono, questa volta.



il caso vuole che io non sia per niente quello che tu avevi avuto in mente
14 marzo 2007, 00:13
Filed under: puttanate intimiste

La verità è che come dice l’esimio dessa, il caso gestisce una fetta di vita molto più grossa di quanto noi non ci si racconti.
Ce la incallano, molto americanamente, che volere è potere, ma in realtà è quasi tutto chimica.

Perché a volte ti sembra di avere scelto una direzione e invece c’è dietro un labirinto di subdole circostanze casuali che ti hanno portato a quella scelta.
Tipo, per dire: il fatto che a me piaccia Barcellona non sarà forse legato un pochino al fatto che la prima volta che ci sono andata mi sono ritrovata in casa il sosia bello di tom cruise? E il fatto che Venezia mi stia sul culo non dipenderà un po’ dal fatto che quando ci siamo andati in gita l’uomo per cui sbavavo da anni si ammucchiava con la mia amica del cuore?
Secondo me sì.

La verità è che i giorni in cui stai bene la gente lo vede e ti si appiccica come le brooklyn sotto il banco, e i giorni in cui stai male hai buone probabilità di essere pisciato al colloquio come lavavetri semaforiale. Il che poi giustifica ampiamente anche la celebre “legge del filotto” secondo cui quando sei accoppiato tutti ti vogliono e quando sei solo tutti ti schifano.
E da cosa dipende se stai bene?
Casualità.
Se gli gnocchi erano buoni, se i jeans ti vanno larghi, se Vertigo ha scritto un nuovo post.
Per non palare poi di uragani terremoti o cromosomi sbagliati.
Tipo io ho deciso di partire perché stavo male a Roma, ma magari se il giorno prima mi fossi imbattuta in luigilocascio sarei rimasta qua e ora sarei madre di tre gemelli.
(Ma anche no).
Da che mondo e mondo ci dicono che ci sono i dii e cazzi e mazzi perché è troppo angosciante pensare di non avere controllo alcuno sulla vita.

E comunque tutta queste banalità da postalmarket erano solo per dire che se le cose mi vanno bene non è perché il caso aiuta gli audaci, ma perché sono stata fortunata. E qualcuno non so chi una volta ha detto che chi darwinianamente sopravvive sono gli intelligenti e gli imbecilli fortunati.
Indovina indovinello in che categoria si trova la specie delle clauz?

Eh.

(Sono un zacco seria questo periodo: c’è da preoccuparsi.
Preoccupatevi, essù.)



why won't you talk about it
10 marzo 2007, 14:54
Filed under: puttanate intimiste

Non parleremo delle solite cose, però.
Tipo.
Non del fatto che si sono infilate le briciole di pane nonché delle pillole omeopatiche sotto i tasti del portatile e tre quarti non funzionano più.
Non del fatto che ci sono rimasta male circa un milione di volte per circa un milione di stronzate in questa settimana.
Non dei tuoi capelli tanti o dei tuoi occhi belli.
Non dei giorni, non delle notti.
Non del fatto che attraggo una quantità incredibile di squilibrati e che gli do retta perché son cretina.
Non dei soldi troppi che spendo a stampare.
Non del fatto qualcuno è post senza essere mai stato niente.
Non del fatto che credimi pensavo davvero di avere superato.
Non del fatto che continuano a chiedermi se mi faccio le foto perché mi reputo figa, diobono.
Non del fatto che secondo me dire a uno che è l’ultimo uomo che ti aspetteresti ti mettesse le mani addosso è un complimento.
Non di tutta la gente davvero carina che mi ha scritto e risposto (grazie, davvero) e di tutta quella meno carina che avrei avuto piacere che mi rispondesse. (se stai pensando: io, dici? Sì, tu, dico.)
Non del fatto che nel mondo intanto succedono cose, la gente fa bambini, compra case, eh.
Non del fatto che una mia amica del liceo è stata fidanzata col conduttore del programma dei pacchi tuoi, di raiuno e io ho scoperto ora che quello è un conduttore. (lo è?)
Non delle lenzuola che abbiamo consumato.
Non del fatto che mi è piaciuto il film di fabiovolo e potrei disquisirne per bene.
Non del fatto che dovrei fare i soppalchi per casa di emmecì (ciao emmecì, eh)
Non del fatto che vorrei dare un nome a tutto questo (il tuo, possibilmente)
Non di casa mia.
Non della mia logica di calze nere.
Non del fatto che lo so che sono molto fortunata.

Non delle nuvole anche poco barocche che portano tutto questo.
Non delle chiacchierette tutta la notte che son la cosa più bella del mondo e che comunque ieri si sono dette un frego di cose interessanti che ce ne sarebbe da andare avanti ancora giorni e ancora notti e ancora di più.

Né tanto meno del fatto che non sono più assolutamente in grado di mettere in fila due righe di senso compiuto.

Niente.

Qui si parlerà unicamente della gatta che ci ha i problemi intestinali e devo andare a darle la pasticca e ogni volta son colluttazioni mica da ridere.
Cordialità.



sì, voglio tarpare le tue ali ed impedirti di volare e come uomo accarezzare nuovi scampoli d'assenza
2 marzo 2007, 15:28
Filed under: bll bb bll parlaci di lei

Insomma, tra la la, io farò queste mostre delle mie foto.

La cosa va che bisogna periodicamente andare a parlare con questo organizzatore di robe, il quale ogni volta che lo vedo io ho bisogno di una settimana per riprendermi.

Diciamo che egli si può riassumere come un incrocio tra budda e uno che ora non mi viene l’esempio giusto ma quelli che tutte le cose del mondo loro le sanno meglio.

Vabbe’, io già non sono molto paziente di mio, poi quando si parla della mia mostra per cui ci ho un’ansia che manco per un parto plurigemellare, lascio alla vostra galoppante immaginazione gli stati in cui posso cadere mentre lui divaga sull’essenzialità di arrampicare per trovare un centro di gravità permanente.

Dunque per evitare di mettergli una mano in faccia o in alternativa scoppiare a piangere (sempre la mia preferita) mi faccio accompagnare da pazienti amici, che dovrebbero avere una funzione di agente, ma invece si sbronzano allegramente in un angoletto, senza proferire parola ma corredati da un eloquente sorriso sonnolento.

Poi per dimostrare che stavano attenti, quando usciamo biasciano, vagamente sconcertati, tu eri un po’ tesa.

Ma non mi dire, davvero? Però evidentemente questi comi etilici non li devono sollazzare molto, perché poi si rifiutano tutti di bissare e io cerco continuamente nuovi avventori per deglutire inZieme questa amarissima aranciata.

 

Insomma.

Siamo giunti al punto che io ho venduto un rene per stampare queste foto, arrivo lì con il mio carico da postino e egli mi dice

– Ah, ma per il prezzo del rene da un mio amico stampavi tutto grande il triplo.

Ora, io sono contro la violenza, davvero.

Però cazzo, questo atto di potere impressore, tirarlo fuori prima di stampare, no?

E soprattutto, ora, perché ricordarmi che sono monorenica invano?

Ma io sono contro la violenza, dunque.

 

– Comunque possiamo stampare tutto su stoffa, e ognuno che viene si taglia un pezzo della foto a piacere, poi quando fai la prossima mostra li richiami tutti e le ricuci insieme.

Ma geniale, come non averci pensato prima?
Io non vedo l’ora di tampinare sconosciuti e fare degli arlecchini, guarda.
Ma tipo, intarsiarle nell’argento fuso, perché no?

E fare dei supporti con pietre della deathvalley raccolte da me una a una?

Non è forse un’idea fantastica?

Eh.

Ma io sono contro la violenza, dunque.

 

Con tutto il garbo che mi è possibile, gli faccio presente che sono già monorenica, e che l’altro rene me lo vorrei tenere, che non si sa mai, che io monterei i forex su un fondo nero, sempre garbatamente, sulla parete.

 

– Ah. Ma allora mettiamo un nastro adesivo con un tuo logo ripetuto all’infinito, o facciamoci delle tende della doccia, o un tappetone…

Qui scatta l’opzione b, ovvero io sono seriamente sul punto di scoppiare in lacrime.

Fortunatamente il mio “agente” se ne accorge e divaga con classe chiedendogli “ma i faretti li compri tu?”

Io faccio il fagottone sempre di più mentre loro parlano di cantinelle, sottolineando che è un attimo, passi dal corniciaio, ti fai fare i telai, vai in tappezzeria e compri i teli, poi il ferramenta, Borzelli, oplà.

Come no, certo, non vedo l’ora, in fondo ci ho ancora i polmoni e le cornee.

 

Inizio quel mood tipico in cui ripeto ossessivamente “vabene.va bene.vabene.”

Fuggo con l’ansia che lo dovrò chiamare già domani, saltando la necessaria decompressione settimanale.

 

Comunque.

Io sottoscritta laclauz faccio queste mostre, siccome mi hanno detto che dovrei fare anche della pubblicità, io lo scrivo qui.

Se vi interessa scrivetemi, sennò fottetevi.

In ogni caso portate le forbici, così lui esso stesso lo tagliamo per poi ricomporlo la prossima volta.

Se ritroviamo tutti i pezzi, s’intende.