ma anche no


felicità, felicità (com'era? è mangiare un panino con lo stracchino?)
28 novembre 2005, 12:44
Filed under: mai piu senza

In una galassia lontano da qui, eoni addietro, aggirandomi in compagnia di occhibelli nella libreria dove lavora lacri, scorgo con occhio lungimirante una pila di libri in regalo. Il prodotto in questione, redatto Paolo Legrenzi si intitola “la felicità” e ritrae in copertina dei variopinti palloncini. E già questo, unito alla parola in regalo, doveva darmi da pensare. Invece occhibelli, che oltre alla non trascurabile virtù di essere un figo, è psicologo, mi dice che Legrenzi è mica uno che va a vendere fanghi alla tv, no no, è un valente del settore, che scrive libri seri, e insomma finisce che ‘sto libro ce lo accattiamo con una umiliante e meschina speranza di migliorare la nostra tapina esistenza.

Mi sono consolata scoprendo che vertigoz non solo ha anche lui questo libro, ma lo ha addirittura comprato, e soprattutto ha un intero ripiano occupato dalla collana completa, che vanta i titoli di smisurato interesse collettivo che potete immaginare, perché non sia mai che la produzione letteraria italiana abbia delle imbarazzanti falle su come convivere con l’alluce valgo. Son soddisfazioni.

Causa la mia intrigante vita pregna di eventi, il libercolo finisce nell’oblio, finchè in questi giorni di cazzi particolarmente girati, mi capita tra le mani mr.legrenzi in “appendice 2, la felicità: un test per misurarla”. Una roba da prendersi il part time, con nove coefficienti diversi che vanno interpolati tra loro per creare una funzione tra i settori di domande che se unisci i puntini poi viene furori la tua faccia.
No, questo non è vero.
Però sarebbe figo.
Sicuramente più facile che calcolare tutti i dannati fattore hope e pervasiveness.

Comunque.
Con grande coscienziosità mi concentro per cercare di totalizzare un punteggio che non mi deprima troppo, pronta a leggere un profilo ricco di piaggerie che mi rinvigoriranno mente e spirito assicurandomi che sono una persona meravigliosa, la mia vita sarà zeppa di sorprese inebrianti e che se ho dei problemi è tutta colpa dei perfidi infidi genitori.
Il mio risultato è stato meno quindici.

Vado a leggere e dice testualmente “se è 0 o meno, siete un pessimista irriducibile, un infelice permanente.”
Punto, capito?
Mica “poi vi spiego”, pacca sulla spalla, “non vi preoccupate” o roba così.
No.
Un’infelice permanente.
Punto.

Devo ricordarmi di dare un paio di legnate a occhibelli, quando ricapito da quelle parti.



make me a day, make me whole again (ho un blog intimista, è ufficiale)
24 novembre 2005, 16:12
Filed under: bll bb bll parlaci di lei

Se anche avessi fatto delle cose diverse nella vita, tipo la biologa, la cantante, la contadina o la maestra di sci (precisamente le mie ambizioni adolescenziali)  credo che sarei sempre così. E anche se vivessi in una comune, e anche se fossi la moglie di luigi lo cascio (uhm. l’ho scritto davvero o l’ho solo pensato?) Come quando dimagrisci e ti pare la volta buona e invece lo sai che tempo un mese torni come prima perché quella è la tua vera natura. Come la storia dello scorpione e della rana, se mi seguite. E quindi, le chiacchiere stanno a zero: non sarei migliore di così, qualunque vita avessi scelto. (mi rendo conto che non è un pensiero così originale perché c’hanno fatto una anzi due puntate di friends, ma lì per lì mi sembrava un riflessione da includere nella categoria “alta filosofia, perbacco”)

La realtà è che non ne ho mai abbastanza.
Voglio due gelati e ancora altre due ore, e poi un altro minuto.
Sono consapevole di tutte le cose belle che ho, lo so che sono fortunata, che potrei essere di più, ma tutte le cose le ho già in misura più che degna, eppure, eppure.
Eppure questa sete mai appagata di chi starnazza e non vuol volare.
Sick boy un giorno mi ha detto che io avevo tante qualità e invece di usarle stavo lì a lamentarmi e questo spreco a lui lo faceva incazzare.
Ma comunque Sick boy dice pure un sacco di vaccate.

play



surprise ice (questa canzone è brutta, però è il titolo giusto)
21 novembre 2005, 12:58
Filed under: mai piu senza

La realtà è che tutte le volte appena comincio ad allontanarmi da firenze, la sfiga mi si riappiccica progressivamente quanto lestamente, diciamo in un ora e mezzo di treno siamo di nuovo pappa e ciccia.
Forse si fa i weekend pure lei, chissà.

Dunque.
il treno parte con una mezz’ora di ritardo il che non sarebbe né una novità né un problema se non fosse che:
che fuori c’è un grado a firenze e tre a roma,
che vicino a me è seduta una fantamodella incredibile la quale pur di non farmi rifugiare nel consolatorio almeno sarà cerebrolesa legge il corriere della sera (politica estera)
che aspetto l’autobus per circa quaranta minuti alla temperatura di cui sopra
che mentre timbro il biglietto scopro che uno dei chiassosi cosi svolazzanti mi ha cagato sullo zaino

Alle ore 12PM raggiungo casa, dove ma guarda caso ieri pomeriggio si è suicidata la caldaia e dunque la temperatura è sempre quella di cui sopra, però dico maddai su, ora ti consegni nelle mani delle infallibili coltri e non se ne parli più. 
Ma attenzione, cosa rinvengo tra le preziose coltri? Sarà forse una missiva dell’amore invincibile proveniente del farmacista figo? Incedibile ma vero, no.
È invece un comunicato di inarcassa che reclama da me una ulteriore e spropositata quantità di quattrini.

Allora dico vabbe’ dai, domani ne parliamo con amico commercialista (sempre sia lodato) che magari mi dice che non è vero niente (lui lo dice, a volte) ora gli faccio un floppy e poi ci penso domani. Ma! il floppy si incastra nella floppy porta sputtandandola per sempre e solo allora, mentre scuoto con veemenza il case, comincio a prendere in considerazione la saggia massima se dio esiste, io gli sto sul culo.

Ma per fortuna, c’è la mamma.
Mi osserva un attimo e poi con sguardo carico di compatimento dice: sinceramente, sarebbe ora che ti tagliassi i capelli, perché davvero non hai più l’età per portarli lunghi. Io lo dico per te.

Io dico.
No, io dico.
Famo che non dico, va.



devo essere presente devo tenermi su (questo era un commento ma splinder mi vuole il male e lo ha mangiato)
18 novembre 2005, 15:20
Filed under: puttanate intimiste

Inaugurazione fatta, nel prevedibile delirio di presidenti direttori curatori flash e microfoni.
Nonostante sei ore di stivali e gli amici architetti, sono viva, credo.
Ora che è calata l’adrenalina è ufficialmente iniziato il down.
Ma di quelli brutti.

Sono riuscita a litigare anche zd, e questo fa di me un caso umano perché davvero con zd non è possibile litigare, non conosco nessuno che ci sia mai riuscito. Anche se non è poi un risultato così degno di nota visto che riesco a litigare anche con persone che non ho mai visto.
Ogni frase che comincia con secondo me è in potenza una cazzata perché ho i ricci del soggettivismo e questo vuol dire solo che il cervello mi funziona male e io non dovrei stare qui a farmi le pippe su come funziona il mio cervello ma stare dillà (cioè nell’altra finestra) a impaginare i miei lavori millantando competenze.
L’idea di fare un portfolio o comunque dover dire le cose in cui sono, mon dieu, “capace”, mi atterrisce, dovrei avere un manager o un promoter, o come cazzo si chiama, uno che ti spinge nel sociale, perché io mi sa che per la gestione dei rapporti sociali non ci sono proprio tagliata.

E poi.
Tutte quelle cose che ci son da fare, non mi va di farle, punto.
Vorrei solo ingurgitare cibo ad alto contenuto consolatorio e vegetare sotto il piumino coi gatti.
Il fatto che ogni probabilità in questo momento i gatti si stiano dedicando alla suddetta attività, aggiunge un che di beffardo alla vicenda, convenitene.

Mi sa che vado ad affogare la mia nullafacenza nella campagna fiesolana.
Poi vi dico.
(forse)



excuse me mr.
14 novembre 2005, 18:25
Filed under: mai piu senza

parte prima –  eteroreferenzialità

Si da il caso che luogo mostra abbia anche una terrazza da cui è possibile ammirare nel pieno della sua magnificenza lo spettacolo cambio della guardia. (Pure voi credevate ci fosse solo a londra? Pure io. E invece no, è stato ri-istituito da ciampi, andate pure a stupire zii e cugini, adesso)

Questo spettacolo suscita in me sentimenti contrastanti.
Premesso che io non subisco il fascino della divisa e ho un spontanea repulsione per le forze dell’ordine e odio guerre ed armamenti in generale, tocca ammettere che la pantomima ha un suo fascino: questi signorini che paiono finti e si muovono come un sol uomo, i vestiti tutti uguali, le canzoncine eccetera.

La banda è una cosa che mi piace un fracco, perché, lo so che è banale e trito, ma ha davvero un che di allegria provinciale e paesana.
Mi immagino questi che mentre i najoni corrono sotto il filo spinato (o quello lo fa solo demi moore?) fanno la scala di do e sono proprio dei diritti.
Poi mi viene sempre da pensare a woody allen in quel film dove con la sedia e il contrabbasso insegue la banda che scappa.
C’era una canzone di jovanotti con la banda e a me mi piaceva un sacco perché c’era la banda e tutti mi scherzavano per questo.
Insomma, ora io non lo so spiegare perché, ma la banda mi fa la tenerezza invincibile.

Quindi mentre sono così tutta patriottica e turbata, mi perdo subito in pensieri dissacranti demenziali.
Tipo: se a uno dei soldati gli prude il naso, che fa? Li preparano a fronteggiare queste evenienze?
quelli nella banda, sono militari veri? O tutti li dileggiano perché suonano il trombone?
se ora facessi qualcosa di assolutamente inappropriato tipo lanciarmi in mezzo alla piazza, come reagirebbero?
se ora fischiassi e gli facessi le facce, riderebbero? E via dicendo.

Quando ho finito di immaginare tutti questi scenari, di solito è tutto finito.

parte seconda – omoreferezialità

Oggi è una di quelle giornate in cui soffro di non avere la maglietta con scritto oggi mordo, perché è giusto e civile avvertire.

Mi si è rotta la chiave del portone di studio nel portone (di studio, eh) e a studio non c’era nessuno e ho dovuto citofonare a tutti gli inquilini per farmi prestare una chiave da copiare e farmi guardare con sospetto e diffidenza che io c’ho l’orecchio lombrosiano e dunque si aspettano che gli svaligi il cortile condominiale, eh. Dopo questo umiliante porta a porta, una gentile pulzella mi ha al fine dato la sua chiave, e allora, indovina indovinello, il ferramenta era chiuso.

Poi. Nella spiccia tenuta mutande maglietta all’interno dello spogliatoio della palestra, mi rendo conto di non aver meco alcun pantalone della tuta. Dopo aver lottato coraggiosamente contro la allettante tentazione di scoppiare in lacrime, decido di fare lezione coi pantaloni normali, sfruttando la versatilità dei miei celebri vestiti da idraulico. Inutile dire che tutti mi guardavano come se fossi scema, perché non è poi molto lontano dalla realtà.

Ho sul mento tutti gli stadi evolutivi del brufolo in ordine crescente. Avete presente quelle illustrazioni del feto a tre mesi sei e nove? ecco. Non so se attribuirne la colpa alla doppia e sublime razione di strufoli alla nutella e pinoli, al lavoro weekendale, o ai sempre noti e amati risvolti dell’essere donna ieri oggi e domani, fatto sta che mercoledì si inaugura e io praticamente c’ho un sussidiario stampato sul mento.
Che gioia.



and the clothes you wear are so fine
9 novembre 2005, 00:15
Filed under: bll bb bll parlaci di lei

La situazione mostra sta degenerando, mi assorbe una quantità di tempo tale che non mi consente di rispondere ai commenti, e non dico altro, che vedo che ci siamo intesi.
Stiamo subendo delle sopraffazioni immorali da parte dei curatori, diciamo pure che per il momento curatori tre architetti zero.
I curatori sono degli esseri incredibili che hanno studiato la storia dell’arte e per questo si sentono in dovere di cospargerti quotidianamente e copiosamente con i loro preziosi succhi gastrici. I curatori se li levi dal contesto, luogo deputato all’esposizione di opere, puoi tranquillamente pensare di essere sul set di qualcuno volò su nido del cucùlo.

Ora, siccome sennò sembra che io sia solo chiacchiere e distintivo, convaliderò la mia asserzione con un esempio. Oggi erano necessari nello stesso tempo e luogo due curatori che, per dirla con eleganza, si vilipendono a vicenda, quindi per evitare la trasformazione di luogo mostra nel setting di rocky abbiamo dovuto evitare che si avvistassero: uno doveva stare al primo piano e uno al secondo, e poi viceversa. C’era un brulicare di walkie-talkie per impedire che si scontrassero per le duecento scale o in ascensore, si placcavano le uscite che 007 in confronto è un pivello. Ma la cosa più bella è che entrambi erano a conoscenza della contemporanea presenza del nemico. Fate un po’ voi.

Dunque, io oggi ero vestita in grande tiro professionale, per guadagnare un credibilità agli occhi di curatori e presidenti e via dicendo, ma il funesto risultato è stato che il restauratore ha detto a zeboss “eccola! dicevo alla sua assistente che io aspettavo l’architetto” e il curatore, ottantenne, sia ben chiaro, mi ha detto che lui comunque faceva il cazzo che gli pareva. Fortunatamente il presidente mi ha ignorato.
Però, dopo aver passato la bellezza di dieci ore sui tacchi, mi è infine chiaro perché le donne sono tutte isteriche e incazzose.

In compenso ho ottenuto un enorme successo coi trasportatori, di cui vi lascio immaginare l’avvenenza, con i quali ormai divido il novantaduepercento delle mie giornate a scegliere le dimensioni delle staffe e attaccare e staccare scotch di carta mentre i curatori giocano a figurine con le opere.
I trasportatori mi hanno pure invitato a ballare.
Ovviamente io gli ho detto che non dovevano andare a ballare perché sennò domani arrivavano tutti sbilenchi.
Che diamine, giovinastri.

Il mio affiatamento coi trasportatori (torinesi, mon dieu) deve essere stato frainteso in sala, perché mentre esponevo le mie esigenze di manovalanza, elena mi ha detto testualmente: ti do due di loro e puoi farci quello che vuoi.

Comunque. La cosa più bella della mostra è che per terra c’è tutta la plastica con le bollicine d’aria e camminarci sopra è la cosa più goduriosa del mondo. Facciamo una delle cose più goduriose del mondo, va. Comunque io faccio sempre attenzione a passare sul lato meno usato perché scoppietta di più.
Cic ciac.
Ahhhhh.



considerazioni a freddo su texas (la canzone oggi non mi viene. si accettano suggerimenti, però)
7 novembre 2005, 10:47
Filed under: mai piu senza

1. bello. Il film, dico. Che sennò qua pare che a me non mi ci piace mai nulla, e questo significherebbe calcare precisamente quanto drammaticamente le orme della mia augusta genitrice. Ma non divaghiamo: secondo me rende bene lo squallore puro, la desolazione della provincia, è bello il montaggio e originale il modo di dire non dire e fare capire, quindi io lo promuovo a cuor leggero, dimostrandomi ancora una volta concorde coi giudizi cinematografici del critico di radio rock, per intenderci l’unico savio che proclamò "la bestia nel cuore" una minchiata.

2. la trama è molto banale non succede quasi nulla, come in tutti i film da me prediletti, ma ci sono un paio di personaggi molto caratterizzati e riusciti, che sono i genitori dell’iperfigo e lo sfigatone con le scarpe d’argento. Lo sfigatone con le scarpe d’argento è davvero un soggetto che stringe il cuore per la sua nerditudine atavica, insieme alla cicciona. Se li conoscessi nella realtà li eviterei con la massima cura, eppure visti da lì fanno una pietà da suicidio: questa dicotomia insolubile mi costringe a scendere a compromessi con la mia coerenza.

3. l’attore che fa il protagonista, un bamboccio con gli occhi azzurri da oh ma quanto zono ribelle, ehy zono il nuovo jeams dean che va per la maggiore adesso, ha una faccia da culo rara e ogni volta che lo vedo sale in me fortissimo il desiderio di dargli un paio di sveglie come si deve. Inoltre è talmente impregnato di boria che lo schermo intero trasuda spocchia addosso agli spettatori. E non è bello.
Fa ovviamente il banalissimo ruolo del “figo co’ ‘e femmene”, che poi vista la manica di nerd doc il più sfigati possibile da cui è circondato, davvero ci vuole poco.

4. la fidanza del suddetto tipo, è uguale a claudia pandolfi solo con circa una ventina di chili di meno. Fa venire voglia di ingozzarla di sacher a rotta di collo.

5. le scene di sesso mi lasciano sempre un po’ interdetta. Squarci di tette e culi conditi da risucchi doppiati, e tutta quella roba finto softcore, dico, ma quale è il fine? Farti immedesimare ma non troppo? Fatto sta che il vedo non vedo mi fa sentire una guardona miope e quindi preferisco quando con una certa classe si glissa sui particolari e si lascia alla provvida fantasia dell’osservatore. E se la fantasia non ce l’ha ci sono i porno dove almeno i dettagli sono sufficientemente chiari da non farti sentire di vista corta.