ma anche no


Norway, anyway.
3 settembre 2017, 13:00
Filed under: cartoline malsane
Premessona: era un sacco di tempo che volevo andare in Scandinavia, me la sono organizzata ad aprile e, durante i picchi di caldo suino della torrida orrida estate, guardavo il meteo di Oslo come Alberto Angela guarda la mummia del Similaun.
(Alby per me sei molto bono, no volgarità)

Però, invece, tre giorni prima di partire, in un attimo ma come accade spesso, cambiò il volto di ogni cosa e mi hanno ricoverato al pronto soccorso per un’inedita puntata di malattie imbarazzanti. Questa incresciosa e francamente raccapricciante situazione, attribuibile a delle significative falle nella progettazione dell’essere umano, ha seriamente messo in discussione i miei ambiziosi progetti vacanzieri.
Alla fine siamo partiti lo stesso, però, in queste condizioni di fisico e di spirito, il viaggio è partito un po’ sfortunato, quindi non escludo che il mio giudizio sia stato influenzato dal saccone di medicine e dalla morte nel cuore che mi accompagnavano.

A Oslo ci danno la macchina e Morosiny diventa subito molto triste perché questa macchina è brutta, io spalleggio il suo malcontento spandendo minuscole briciole di mangime per criceti in ogni dove, e partiamo alla volta del nord.

L’inospitale meteo norvegese, sprezzante dei miei mesi di corteggiamento, ci accoglie con una copiosa pioggia.
La prima tappa è stata a casa di un omone islandese che aveva quattro cani da slitta, di cui una aveva appena avuto i cuccioli. Cerchiamo di mantenere una dignità con gli urletti e le vocine, ma praticamente siamo andati da lui per quello e quindi non ci conteniamo più di tanto, perché canetti di due settimane a forma di patate >>> tutto.

stoica mamma dei canetti, mia prefe.


Le distanze sono infinite, vuoi per i limiti di velocità bassi, vuoi perché è tutto un rigirare le montagne, vuoi perché perché per 300 km non c’è niente, e niente vuol dire non solo non un centro abitato ma manco un autogrill, solo montagne a picco nei fiordi, ogni tanto spunta una casetta fotogenica, in cui però non ti viene tanta voglia di vivere.

Però le foto, amici! Non so cosa mai ci farò con questa pletora di fiordi e casine.
Facciamo che questo è un punto panoramico e ne metto un po’ a caso.
(Forse poi metto qualcosa su flickr. C’è ancora qualcuno su flickr?)

Årdalstangen. Capite, io brutto non mi sentirei di dirlo.

Aurlandsfjord. Remarkable view, ma guadagnarsela bisogna rischiare la vita su una stradina di montagna a senso unico da cui scendono pullman.

Sohlbergplassen Viewpoint. Un giorno di grande commozione per il sole con freschino.

Haugastølvegen, aka Marte vatte a nascondere.

 


Ma piove piove sul nostro amor, e andiamo a Trondheim.
È con grande rammarico che devo ammettere che Trondheim, di cui si faceva un gran parlare, è stato il punto più basso del viaggio.
Perché piove ininterrottamente, perché siamo in periferia a casa di una coppia di nazi, che vivono al piano di sopra con gli allarmi inseriti e comunicano con noi solo via sms, perché io ho una improvvisa crisi di sudorazione nottura per cui mi diagnostico di tutto, perché parcheggiare è un delirio, perché il lungo mare è tristissimo, perché il mercato del pesce, insistentemente spinto dalla Lonly planet, è trappolone dove un panino al salone affumicato costa quindici euro.
Siccome l’ansia tocca vette inesplorate, provo a fare una corsetta e scopro che sì, basta una settimana per perdere tutti i muscoli e il fiato accumulati in trent’anni. Non riesco a fare più di 4 km lentissimi, sono tutte salite, piove: superdepre.
Ammetto di non poter essere obiettiva verso la povera Trondheim.

Allegria!

Gita al faro con suicidio


​Poi questi due giorni finiscono e andiamo verso sinistra, cioè a Ålesund.
Il viaggio pullula di buffi ma onerosi traghetti​, ponti e magnificenti fiordi, solo che piove, Morosiny ha la febbre, ci rendiamo conto che, sulle strade norvegesi, a fare 300 km ci vogliono sei ore e capiamo di avere un po’ sovrastimato le nostre forze.
L’host di Ålesund ci viene a prendere per strada, ci imbottisce di paracetamolo e ci stende la lavatrice: io dico che ce ne è abbastanza per piangere calde lacrime di commozione.
Anche qui stiamo in periferia, alla base di una foresta, vado in città su un pacifico sentiero sotto gli alberi, costellato di mirtilli e lamponi, grande bellessa. Appena arrivo vedo il canale, sto per dire “ah ma forse non è poi male questa Ålesund” quando comincia a piovere e riparte la triste storia di chiudersi da qualche parte a bere caffè a cinque euro.
La città è deserta e super triste, c’è una chiesa carina ma diluvia troppo per interloquirci, vado a comprare degli spinaci surgelati e torno mesta mentre piove su i nostri vestimenti leggeri, su i freschi pensieri che l’anima schiude.
Forse anche Ålseund, senza febbre e senza pioggia sarebbe stata diversa, forse, credo.

Quando credevo che andasse tutto bene

Quando ho cominciato a capire che forse no

Ålesund kyrkje con molto diluvio

Gita al faro parte seconda, per chi avesse mancato il primo primo turno di suicidio


Poi si torna a sud, dormiamo ad Ardal, un posto che istiga a un suicidio struggente ma sobrio, intorno ci sono fior di cascate e passeggiate metafisciche lussureggianti, ma -indovina!- piove, quindi non riusciamo a rispettare il programma escursioni e affoghiamo il cruccio nel pollo arrosto del supermercato e nell’abbonamento a Netflix, pensando con imbarazzante nostalgia ai nostri gatti, ghiotti di ambo le situazioni.

Per sucidarti con discrezione ed eleganza, scegli Ardal!

Agatha Christie is writing a comment

Vettisfossen si bulla di essere la 284° cascata più alta del mondo, però lungo il sentiero per arrivarci ce ne sono altre meno arroganti e più fotogeniche. Perché le cascate fotografare sembrano sempre schiuma di rifiuti tossici? Misteri fotografici.


Ma godiamoci ora un approfondimento sui supermercati.
I supermercati sono la dimostrazione di perché, con enorme costernazione di Morosiny e dei suoi ricordi adolescenziali di interrail, i norvegesi abbiano la taglia di un bisonte medio.
C’è un intero portellone frigo a quattro piani di burro, margarina e strutti, un altro di creme panne e con e senza latte, esiste una sola marca e un solo formato da 500g di yogurt bianco, in un mare di roba alla frutta chimica, poi banchi enormi di patate e carne e più o meno basta.
Nel mondo delle verdure ci sono spinaci e fagiolini surgelati, freschi sedano rapa e carote.
In compenso fanno sfoggio di venticinque tipi diversi di Wasa: indovina indovinello cosa la nostra genia si era portata da Roma come prodotto che guarda sicuramente vale la pena anche se è mezzo chilo in più? Che ignoranza, che amarezza.
Costa tutto poco più del triplo che qui, anche i surgelati, anche le uova, non parliamo di mangiare fuori, ma il punto non è quanto realmente spendi, è sentirsi poveri, ché l’essere cucinato non è triste, triste è il pensare d’esser cucinato.

Comunque partiamo alla volta di Bergen, dove, vivaddio, c’è il sole.
Sarà per questo che Bergen, dipinta come luogo turistico del demonio, a me è sembrata la città mejo, specie evitando il sempiterno trappolone mercato del pesce. Anche intorno a Bergen ci sono delle escursioni boschive di grande gioia, chiare fresche e dolci acque​ di laghetti, e altre amenità.
La nostra host è un’insegnante di yoga fricchettona con i libri ordinati per colore: come non volerle moltissimo bene?

Vogliamo dire che è brutta? Poi cosa, Sienna Miller?

Sogn og Fjordane. Non è affatto Bergen, ma lo spirito e la gamma di saturazione son quelli, quindi va qui.

Poi andiamo a Oslo, lungo una strada solitaria e marziana.
Oslo sembra vagamente Berlino est, a parte momenti di altissima architettura, seppur strizzata sul lungo mare come gli asparagi dentro l’elastico.
Però a Oslo siamo contenti, perché c’è il sole, abbiamo una casa intera, molliamo la macchina, viaggiamo sui 12 km di passeggiate quotidiane, un giorno ci aggiungo anche della corsa e faccio 26 km, me ne vorrei bullare con imbarazzante arroganza, ma purtroppo non ho pubblico sufficiente per essere acclamata come meriterei.

Astrup Fearnley Museet. Permangono le mie difficoltà con Renzo Piano.

Oslo Opera House, dove ho eletto Snøhetta i miei architetti preferiti del globo. (seguirà lunga noiosissima rassegna di omini su flickr)

Snøhetta Viewpoint. Già qui si capiva che i ragazzi sapevano il fatto loro.

Oslo Vigelandsparken, per correre con arroganza e presunzione.

Ciao Norvegia, immagino che con la neve tu si ‘na cosa grande, ma con la neve è bono pure il Tiburtino Terzo: siamo onesti, non vale.
Quello che invece ci ha insegnato l’amica Norvegia è che comunque pioggia >>> caldo,
e che,
finalmente,
grazie grazie gesù,
questa schiffia estate l’abbiamo tramortita.
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something just like this
12 luglio 2017, 11:28
Filed under: puttanate intimiste

C’era un tempo giovane e confuso, in cui i bambini non c’erano ancora, ma la villa invece c’era ancora, in cui io andavo a Firenze a sorbire la pace di casa di mia cuggina mia cuggina e del suo formidabile cavaliere.
Si stava molto bene, poi a un certo punto ce ne andavamo a letto, io nella stanzina per ospiti brevi, loro nella stanza grande che oggi è dei bambini.
Io, dalla mia stanzina, li sentivo ridere moltissimo, di quelle risate che fai quando quel momento a fine giornata te lo aspetti, tipo quando, a quattordici anni in Irlanda, tornavamo a casa io e ciccio.
Quindi stavo lì, nella mia stanzina per ospiti brevi, e pensavo che se vivi con una persona e alla fine della giornata ridi insieme così, per me hai vinto tutto, period, les jeux sont faits, tutti a casa, grazie per aver partecipato.

Quindi, che dire.
Ora mi sta partendo un po’ un momento commozione e non vorrei dire più niente, però qualcosa devo dire, sennò che sto scrivendo a fare, e allora dico che è passato un numero imbarazzante di anni, ma ancora quel momento prima di dormire resta il momento in cui tutto torna.
E allora non importa se fa caldo, se siamo precari, se siamo vecchi.
Davvero, non importa.
Tanti auguri, gibbone del mio cuore.



I’m rubber, you’re glue.
19 dicembre 2016, 17:42
Filed under: bll bb bll parlaci di lei

Quando ero al liceo ero innamorata di un ragazzo.
Questo ragazzo non aveva dei particolari skills di magnificenza, a parte delle prodigiose clarks e saper suonare De Gregori con la chitarra, però aveva una cosa che io all’epoca non sapevo definire ma che oggi forse, sfoggiando un’invidiabile proprietà di linguaggio, chiamerei leggerezza.
Che dire. A quel tempo io ero un ragazzo credulone e romantico, ero convinta che mi stessero bene i 501 e di poter portare frangia anche se avevo i boccoli, quindi, che compassione che ho per me e per te e andiamo avanti.

Non so se avete presente quel modo di dire per fare gnegnegnè ostentando superiorità e interessi più nobili, che recita I’m rubber, you’re glue.
Bene, questo ragazzo Clarks era il re rubber: era uno amato da tutti, che non polemizzava mai con nessuno, che si relazionava parimenti allegramente con facinorosi fascisti e intellettuali rifondaroli, che giocava a pallone con i maschi e notava i nuovi tagli alla moda delle femmine, ma soprattutto che gli andava sempre bene tutto e non se la prendeva mai.
Questa cosa, per me, la signorina Glue, sempre è stata e sempre sarà, molto molto più difficile di quella roba che fanno le cinesi sulle parallele asimmetriche alle Olimpiadi.
Sarò esaustiva per grandi e piccini, ricorrendo all’aristocratica metafora della pelle sottile: quella cosa che quando sfioro un rigoglioso cespuglio di alloro mi rimangono i segni come se mi avessero strofinato sulla grattugia per il parmigiano, mi succede pure nella testa.
Vogliamo chiamarlo disturbo bipolare? Vogliamo scomodare altri disturbi psichiatrici meno vezzosi e più umilianti? Vogliamo chiamarlo Enneatipo 4? Forse sono solo una persona orribile, aho ci stanno pure quelle? In ogni caso non sono cose belle, ma che ci possiamo fare, siamo fatti così, siamo proprio fatti così.

Tipo avete presente quei neonati che piangono lo stretto necessario e dormono otto ore filate vs quelli posseduti dal demonio in pianta stabile? Spesso sono fratelli, con il 50% del dna uguale, eppure. Quindi: possiamo farcene una colpa? Siamo solo dei viziati di merda, già meritevoli dell’odio collettivo mentre ci dimeniamo scoordinati nelle microtutine di spugna con gli orsetti?
Chi può dirlo.
Forse se seguissimo la coraggiosa eugenetica spartana, l’umanità migliorerebbe e non sarebbero mai esistiti i grillini.
Però, intanto.

Fatto sta che nel mondo c’è della gente che è nata più impermeabile e meno cagacazzi, che magari non scoppietta frizzi e lazzi istrionici, ma ha un po’ più di equilibrio e serenità interiore e quindi io, tendenzialmente, la amo.
O meglio, amo spesso anche i frizzi e i lazzi pazzi, però so che sulla lunga distanza, solo con i Rubbers posso stare bene.
Maddai? Davvero non preferisci una persona frullaminchia a una persona che passa sopra a tutto? Ma incredibile, amici!
Però vabbè, dài, ora non è questo il punto, perché poi anche queste persone leggere spesso sono pigre, superficiali, distratte, insomma, checcazzo, dei difetti ce li avranno pure loro.

Tutto quel che posso dire è che io tendo a divagare in altri mondi, tipo nel mondo dell’ansia, nel mondo del temibile e del terribile eccetera e ho davvero bisogno di essere riportata nel mondo dell’adesso, come un palloncino petulante da strattonare. Ecco, per esempio, Morosiny Rubber, il mio fidanzato da un numero ormai decisamente spaventoso di anni, mi impedisce di perdermi in quei posti da cui non si può tornare indietro, mi lega al mondo della realtà, fortissimo, perché sa rimettere la chiesa al centro del villaggio and the wonder of it all is that you just don’t realize della facilità estrema con cui questo gli riesce.
E quindi niente, ora vado con un’altra ricca metafora, culinaria, perché sia mai che non attraversi con leggiadria tutti i campi dello scibile: dove Glue è un pezzo di burro, che bastano tre gradi e diventa rigido, che non va maneggiato troppo, che ha la scadenza, che si digerisce dopo un mese e fa alzare il colesterolo, Rubber è un sacchetto di zucchero a velo, che se ne sta buono buono in un’anta della credenza e all’occorrenza rende tutto diverso in meno di dieci secondi, può andare su qualunque torta e renderla non solo buona, ma anche bella.

Ora tutti vi chiederete: ma come è finita con Clarks Rubber?
Ma come volete che sia finita, amici, lui si è fidanzato con la mia migliore amica e io ho avuto degli ulteriori motivi per diventare più rompicoglioni di quanto già non fossi naturalmente predisposta ad essere.



50 shades of scotland*
2 settembre 2016, 14:10
Filed under: cartoline malsane

giorno uno
Siamo ormai in quell’età in cui preferiamo un volo alle 7 di mattina che alle 7 di sera, o tempora o mores. E quindi daje con una bella sveglia alle 3, per partire di slancio e dimenticare in frigo l’olio di cocco nella una brava scatolina, appositamente studiata per permettergli di solidificarsi essere il mio unico cosmetico all around. (gira che ti rigira, la colpa è sempre del caldo, nemico della vita)
Viaggio su raccordo deserto, ma soliti brivdini del terrore a cercare parcheggio a Fiumicino, perché anche se sono le 4 è pur sempre il 16 agosto. Poi flettiamo i muscoli e siamo nel vuoto, mentre crolla l’adrenalina e arriva il malvagiuo conto delle due ore di sonno, passo tre ore a contorcermi come un boa cercando di dormire, provocando un visibile fortissimo odio nel mio vicino pelato, dotato di previdente cuscino a u.
Arriviamo ad Edimburgo e c’è tutta un’aria freschina commovente, andiamo a prendere la macchina noleggiata con anziana previdenza. Questo processo dovrebbe durare “consegna della patente vs consegna delle chiavi”, ma non per le due coppie davanti a noi, di napoletani analritenitivi che dopo 30 minuti di domande arrivano a chiedere di che marca è il navigatore, e di romani analfabeti che passano trenta minuti mimare delle bestemmie quando scoprono che non si può pagare con la postepay.
Noi invece, snobbissimi anziani di mondo, ci avviamo nel periglioso mondo della guida a sinistra. Cioè, Morosiny si avvia, io, da brava femmina del 1922, mi limito a sudare copiosamente ad ogni rotatoria e ad emettere molestissimi gridolini di terrore ad ogni strada a doppio senso. Dovremmo andare ad Aberdeen, ma la prima ora la passiamo a girare nelle rotatorie come dei criceti furbi. In compenso l’offerta panorama è adatta ad ogni esigenza, ci sono i tetti aguzzi da alto adige, la campagna gialla senese, improvvisate di boschi e pure di mare, robba forte.
Arriviamo a Dunnottar e c’è un momento commozione A) perché è un posto bellissimissimo e B) perché riprendo la macchina fotografica dopo due anni: correndo m’incontrò lungo le scale quasi nulla mi sembrò cambiato in lei.

Dunnottar Castle

contenuto audio: gabbiani che fanno iii iii iii

Morosiny si conferma sul gradino più alto del podio della resistenza alla guida, mentre io, sotto le sempre amiche vibrazioni del motore, crollo come un bel neonatone di sessanta chili, mi sveglio nella pochissimo ridente e senza parcheggi gratuiti Aberdeen, giusto in tempo per ficcarmi in un letto vero.

***

Niente, avevo deciso di tenere un diario di viaggio ma invece non ci ho avuto manco il tempo di lavarmi, quindi devo fare un micragnoso riassuntone.
A Inverness c’è stata della felicità, sì per i parchi belloni, le campagne, i castellazzi disney e i paesini di pescatori in pensione, ma soprattutto perché mi sono presa una cotta per la wonderfu funny lady che ci ha ospitato, ci ha cucinato i dolcetti ogni colazione, dato i consigli su dove vedere i salmoni e i delfini, raccontato i segreti segretissimi degli scozzesi buoni e della lemon curd.
Dico, ci aveva due gatti e una casetta per gli scoiattoli in giardino, ma di cosa parliamo ancora, di cosa.

Glen Affrick

questo è Glen Affrick, aka Ben Afflek, dove abbiamo mangiato i muffin ai mirtilli incartati da Eleanor per la merenda ♥

Falls of Shin

qui dovevano esserci i sashimi salmoni che risalgono la corrente, non li abbiamo visti ma abbiamo salivato.

Dunrobin Castle

io dico Disney scansate proprio

lemon curd

ve lo dico io cosa rende la lemon curd così più buona di ogni cosa: sempre lui, il re del mondo: the burro.

Inverness è una città piccola e onesta, intorno ci sono fior di gite per per laghi, mari, fiumi e ci ho mangiato una pizza bianca che Roma scansate proprio. Tempo molto bene, a parte quando ho pensato che forse con questo freschetto sarebbe stata una bella idea correre ed è venuto giù il diluvio, ma che siamo eroi a fare, sennò.

Inverness

a queste scarpe l’onore di chiudere la loro luminosa carriera con un onestissimo agosto di 140 km.

Quindi niente, con il cuore gonfio di nostalgia e le valigie gonfie dei preziosissimi Lyons Coffee Break Bags di Tesco, siamo partiti alla volta dell’isola di Skye.

 

Plockton

La puzza di alghe e l’assenza di mangerini non hanno permesso a Plockton di superare in classifica Santa Margherita Ligure, nonostante il prestigioso skill ampio parcheggio gratuito.

Portree

Portree è la roba più urbanizzata che si trovi a Skye

Skye

perché tutto il resto è così.

Il corredo di nuvole barocche, arcobaleni e casette fotogeniche ha reso il viaggio ricco di pause improvvise aka esperienze di premorte.

Skye

Skye

Skye

L’isola di Skye è bella di una sua bellezza acerba, quasi triste come i fiori o l’erba di scarpata ferroviaria, un posto più bello con il nebbione che col sole, quindi per me molto bene, ma non mi sento di consigliarla a chi non ha un certo gusto nel ravanare nell’emotività tragica o quantomeno qualche onesta pulsione sucida.

Skye

Skye

A Skye non ho corso, in compenso ho smaltito tantissimo perché la strada è tutta un passing place, ovvero a due sensi ma a una corsia, corriera inclusa, con a fianco la scogliera a picco sul mare. Tu chiamale se vuoi, emozioni.

Ah, pecore inscritte nelle montagne, pecore con la faccia nera e le gambe bianche, pecore grigio certosino, pecore pendenti, pecore indipendenti, pecore everywhere.

Shaun the sheep

Shaun the sheep e sorella, pigre ma anche impavide

pecora certosina

pecora certosina posh

In una nebbia di prima scelta, pullulante di tembilissimi moscerini midges, abbiamo fatto un’escursione in cima all’oldman Storr, un sasso wannabe dolomiti, dietro una coppia di arzilli spagnoli tronfi delle loro scaltre dotazioni di acqua e frutta. Morosiny è molto rissoso e competitivo sulla frutta. Panorama consigliatissimo.

Skye

Skye

Skye

Poi siamo andati a Glasgow, che possiamo con onestà definire una città molto brutta, nonché priva di parcheggi, ma siccome è piena delle robe di Charlino Mackintosh e signora, in verità vi dico, è piena di cose meravigliose. Pure la Hill House che sta un po’ a fanculo vale una gita, poi vabbè, allora, se non vi interessa, allora, vabbè, fate come vi pare, allora. Delle foto di Glasgow abbiamo solo i graffiti e gli alberi storti, Mackintosh nun se poteva fotografa’ gnente, ve lo cercate su google.

Glasgow Frank

glasgow tree

Eilean Donan

sulla strada per Glasgow c’è il castellazzo di Eilean Donan, intorno a cui ruota un’inquietante allestimento di roba per turisti.

A Glasgow si è profilata la tragedia dell’aggiornamento funesto della app di nike+, improvvisamente incomprensibile e riottosa, ma soprattutto nuova su un percorso nuovo, you know: la prima volta fa sempre male, mi sono bruciata tutte le endorfine smadonnando perché non mi aveva segnato il tracciato. Confido in una sommossa di utenti facebook inferociti che li costringa a rimettere i km al centro del villaggio, intanto uso Endomondo e sono infelice.

Glasgow Green Park

Il giorno dopo, con il livello di briciole sempre più alto dentro la macchina ed un arrogante farwest fuori

il paese era molto gggiovane i soldati a cavallo era la sua difesa (chi ha il sensore sporchissimo?)

siamo arrivati ad Edimburgo, in una grande casa con le finestre aperte in certe stanze piene di vento e una libreria con i miei stessi libri.

typo

a sinistra la foto che ho fatto prima di partire, a destra la libreria di Edimburgo. Io ho paura.

La corsa, in generale, molto male, in Scozia.
Ad Edimburgo sono finita dentro un affare che su gmap sembra un innocente parco verde, ma se un attimo attimo metti la vista satellite, viene fuori che è una specie di vulcano spento, circondato da una ciclabile parallela a una pseudotangeziale a doppio senso.
Un incubo. Amici scozzesi, ma con tutta questa pioggia che millantante, non possiamo fare un parco come cristo comanda, con gli alberi e i sentierini dentro? Tipo no macchine? Non è una bella idea? Lavorateci, dai, invece di fare le super cazzomaratone per strada.
Dopo molta mestizia, grazie a un gentile utente di Strava, ho scoperto una ciclabile con vista sull’oceano, un po’ fuori Edi. Meglio che un calcio in bocca, ma un filo inquietante, causa vento, mare piombo, nuvoloni, mancanza di alberi e comunque son 5 km, quindi ho fatto su e giù come i canetti e I rest my case: corsa senza parco no.

Cramond Silverknows

Creeeeepy.

Edimburgo pure un po’ mmm, è un po’ tutta dello stesso colore, sembra un render a cui non hanno ancora applicato i materiali, però non si può dimenticare che alla National c’è un mio quadro preferitone di sempre e nemmeno mi ricordavo che era lì, quindi grande grande emozione. Poi c’è il giardino botanico, che mica pizza e fichi, fiorellini e aiuolette, ci sono alberi, alberi, alberi (e divieto di fare la corsa, dyo perché mi odi) e pratini ed è un posto meraviglioso con un silenzio assoluto, tipo un pacchetto di felicità solida sempre a disposizione, niente a che vedere con i parchi infestati da bambini, suonatori di bonghi e avventori vari del giuoco della palla.

Insomma, di riffe e di raffe, anche ad Edimburgo c’è stata parecchia giuoia, c’era il festival, tutti questi omini pazi e solari che facevano le robe del Fringe per la strada, fuochi di dentifricio (cit ♥) musicali al castello, avocado toast e altre amenità.
Clima sempre A++, 18 gradi con il sole e luce fino alle 9: la felicità.

*cose che ci insegna la prode Emily MacKenzie



coffee, break.
30 luglio 2016, 12:08
Filed under: bll bb bll parlaci di lei

La vita era più facile quando non bevevo caffè, foriero di gioia e alitosi, ma anche di molti incidenti domestici.
Tipo può succedere un gatto decida di dare un’affettuosa testatina strusciosa alla tazza e parte dell’ignominioso contenuto marrone spilli nei pressi del lato destro della tastiera, gettando un’improvvisa luce sul vero significato della della parola coffee break.
Parte l’iter classico: asciuga prega bestemmia. Siccome si sono sminchiati i tasti alt e shift, le lettere assumono un esotico piglio egiziano, certo d’altro canto riducendo moltissimo la difficoltà di procedimento nel fare le maiuscole accentate.
Allora niente, passo il fine settimana, – ché ovviamente è sabato mattina, ultima settimana di luglio – a leggere le cose smanettone dell’internes, a collegare tastiere esterne, a studiare metodi di esclusione dei tasti e, anche perfino, a chiamare il supporto apple.
Il supporto apple, dopo avermi detto serissimo “ah, quindi parliamo di un pezzo vintage” – vintage. giuro. – mi dà il prezioso consiglio di chiudere tutto e gettare il compiute in cantina, perché potrebbero verificarsi degli incendi.
Che dire. Diciamo che facciamo finta di non aver ricevuto la mail che mi chiede di valutare la mia esperienza con il supporto apple e chiudiamola qui.
Prendo seriamente in considerazione l’idea di proseguire la mia vita con una tastiera staccata, ma quella cosa di non poterla tenere sopra l’altra si rivela un po’ scomoda, specie durante le gite al bagno.
[Sopra al bidet c’è una meravigliosa nicchia delle dimensioni precise di un 15 pollici, perché raga, gli architetti. (Era una roba pensata per alloggiare i flaconi della doccia, invece poi la doccia è stata spostata perché lo scarico era da un’altra parte, perché raga, gli architetti.)]
A me sembrava geniale anche l’idea di riprogammare la tastiera disabilitando i due infami tasti, ché tanto ci sono anche a sinistra.
Mi tocca riconoscere che il meraviglioso popolo dell’internes, sempresialodato, può aiutarmi fino a un certo punto e la porto da dei giuovani maschi riparatori. I riparatori sono gentili, ma quando gli espongo le mie suddette alternative, più le proposte di lavaggio con l’acol propilico, mi guardano come io guardo il gatto quando non riesce ad entrare nelle buste di plastica.
E niente, pare che loro siano per strade più battute, tipo cambiare la tastiera e incassare 250 denari, che banaloni. Ho un flash di me che smonto tutto davanti a un video di ifixit, con i gatti che zampettano le preziosissime viti torx sotto il tavolo e forse allora tutto sommato hanno ragione loro.
La morale di questa piccola storia ignobile qual è?
Che non dovrò mai più googlare per sapere come si fanno quelle stracazzo di maiuscole accentate.

alt + shift



di caldo, d’estate e di altre ingiustizie
3 luglio 2016, 11:09
Filed under: mai piu senza

Ci risiamo, è di nuovo estate.
Ogni volta ci resto male.
Tipo quest’anno mi sembrava che andasse meglio e l’avremmo scampata anche senza, invece arriva la mazzata, che accolgo con lo stesso misto di odio e stupore di quando qualcuno apre l’acqua calda in cucina mentre sto facendo la doccia.
[scusa: “qualcuno”? Vivi in una comune? in un castello? Segue dissolvenza su di me che, durante una cena con Carlo e Camilla, dico “scusate un attimo, ho un’impellente necessità di fare la doccia”, poi Camilla si alza per lavare i piatti e patatrac.
(Ho detto Carlo e Camilla, sì, perché sono nata secolo scorso, perché ho un debole per Camilla, che secondo me è anche una gran bella signora, mentre invece quella tatona della Kate è inutile come il gelato al fiordilatte, e William è calvo.)]
Olè, neanche due righe per dire fa caldo e già ho divagato tre volte, vai così.
Dicevo che l’estate è una merda, diciamocelo.
L’estate va bene finché vai a scuola, hai tre mesi di vacanza, hai il gruppone degli amici, te vai in piscina o male che vada stai a casa con la testa nel frigo, ma l’estate a Roma per andare al lavoro e sudare nella metropolitana, ma a chi cazzo può piacere?
Sempre senza dimenticare il fardello di lardelli balzellanti, depilazioni approssimative, cosce mozzarellose che siamo costretti ad esporre al pubblico ludibrio; la pletora di birkenstock e infradito che siamo costretti a sopportare (raga, ho capito che sono comode, ci credo eh, pure a me piace molto la tuta. Ma fanno schifo. Punto.)
Comunque.
Dicevo.
Lavorare con il caldo è un incubo.
Fare qualsiasi cosa con il caldo è un incubo, pure fare due passi per andare a comprarsi il pranzo. La rilassante passeggiata che a febbraio riattiva la circolazione, a luglio riattiva un pluriomicida dentro che sta urlando per uscire. Sudatssimo.
Direi non è il caso di parlare di sopralluoghi e rilievi, quando perfino prendere il motorino è come essere seduti dentro un grande fon alla potenza che fa saltare il contatore. Sono gentile e lascio perdere pure il problema sport/corsa/palestra, perché troppo facile vincere così. E poi perché ne ho già detto.
Ma sudare per fare ogni cosa.
Ogni. cosa.
Pure dormire.
Vestirsi è difficilissimo, perché ogni tessuto, ogni aderenza, benché minima, sarà bagnata, quindi solo tende da campeggio bianche. Che poi si sporcano, ça va sans dire.
Voglio dire: non è un caso se l’inferno ci sono le fiamme, pensateci.
Insomma, in un mondo che ci è ostile, rovinato dalla droga, c’è una stella che riluce, c’è qualcosa in cui sperare: il condizionatore.
Per farvi capire cosa provo nei suoi confronti, io dico solo che io con il condizionatore acceso ci dormo. Sì sì, tutta la notte, proprio, e mi sveglio un fiore.
Un fiore, amici.
Niente più stillicidio di finestra aperta mi sveglio alle cinque per chiuderla poi mi risveglio alle sei perché sono sudata come un’otaria: sonno 100%. La vita.
Io ho la pressione 60/90, ogni volta che mi alzo dal divano vedo le stelline, in generale improvvisamente mi assale un immotivato nervosismo degno delle migliori psm, poi qualcuno (probabilmente Camilla) accende il condizionatore e tac: mark renton dopo una pera.


Ora, non so come dirlo, ma tutto questo era solo un cappello.
Perché quello che voglio dire è che io nutro un profondo infinito odio per quelli che hanno dei problemi con l’aria condizionata, che invece di portarsi un cazzo di maglione e non rompere i coglioni, sono sentono autorizzati a fare sudare altri venti cristiani.
(scusate il turpiloquio, ma mi sto scaldando: l’ho detto che è male quando succede)
La cosa veramente grave, oserei dire piaga della società, è che questa gente vanta un diritto di prelazione rispetto ai normali cristiani sudati.
Quindi per accendere il condizionatore bisogna chiedere il permesso e se qualcuno dice di no, allora niente, tutti a sudare.
Ma vi pare normale?
Perché chi ha freddo e può coprirsi deve imporre la sua volontà a chi non può mettersi in mutande?
Perché chi millanta mal di gola deve avere la meglio sulla mia lipotimia? (nonché il suddetto istinto omicida, che poi ve vojo vede’)
Perché questa gente è autorizzata a tirare fuori l’ecologia di cui non gliene è mai fregato una beata mazza?
Perché? Perché?

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Dal termometro più sporco di Roma è tutto, a voi la linea.



ciao 2015
23 gennaio 2016, 14:18
Filed under: cartoline malsane

Salutiamo in ritardo il nostro nemico 2015 con una matrice tassonomica irritantemente pretenziosa.
Le righe sono
1. comfort food,
2. environment,
3. from where I stand
4. running
Perché in inglese? Così, per essere un po’ fastidiosa.
(la lingua italiana è troppo saggia per avere le parole per le categorie sceme)
Le colonne sono inverno, primavera, estate, autunno.
Nonostante questa dettagliata spiega, il mio fidanzato non ha capito, però sa fare la focaccia, quindi per ora lo teniamo lo stesso.

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