ma anche no


something in the way she moves
17 aprile 2018, 14:25
Filed under: mai piu senza
A. è la mia insegnate di palestra et yoga.
Io ho sempre fatto vario sport, quindi ho avuto a che fare con tantissime insegnanti, di ogni foggia e sentimento. Ci sono state ballerine dinoccolate e ballerine impostate, logorroiche alla moda, pompate invasate, vecchie guardie diplomate all’isef, modelle ventenni in pensione, pure maschi un periodo.

Ma invece, A.
Cominciamo con il dire che, come insegnate di palestra, A. è un po’ peculiare perché è laureata in filosofia e fa meditazione da molto prima che andasse di moda, ha i capelli neri e la pelle bianchissima, è longilinea e supertonica ma senza muscoli arroganti che fanno capolino, niente tatuaggi, niente vestiti aderenti.
Se la vedi con i vestiti normali, A. è una bella ragazza, certo un po’ più alta e un po’ più magra della media, con le gambe un po’ più lunghe e il culo un po’ più tondo, ma tutto sommato piuttosto normale.
Però poi A. si muove, e A. si muove con una grazia e una coordinazione tali che ogni posizione che assume è come andare a teatro a vedere il balletto, al netto del fatto che il balletto è la cosa più noiosa ever.
Quando A. si muove, anche se sta facendo un allenamento da soldato jane, ti dà l’idea che dentro di lei non esistano un intestino arrotolato, un sistema linfatico sfilacciato e altre nequizie che sono, convenitene, un po’ delle cadute di stile dell’essere umano.
Sicuramente il passato danzereccio aiuta molto nel controllo della postura, ma A. ha un’eleganza innata che non ho mai trovato in nessuna delle ballerine con cui ho fatto lezione – e quindi che ho guardato con attenzione per molto tempo – perché non ti dà mai l’idea di essere un fascio di muscoli contratti, sembra sempre una bolla di sapone.
Guardare A. che si muove è uno spettacolo che rimette in pace con il mondo, tipo guardare la neve che cade sulle dolomiti.
Questo modo di muoversi, come spesso accade, è perfettamente in sintonia con la piacevolezza di A. che è una persona tanto gentile quanto discreta, mai eccessiva, mai invadente, ha fatto un fracco di corsi e sa un sacco di cose, ma non è mai saccente, è empatica ma elargisce consigli solo se interrogata, ha una parola carina per tutti, è modestissima e sempre sorridente.
Tipo A. è vegetariana, ma è venuto fuori casualmente alla cena in trattoria (bei momenti, certo, certo).

Al netto di tutto questo, A. è bravissima.
A. non solo non fa mai la stessa lezione, non fa mai neanche la stessa sequenza di movimenti, non esistono gesti che partono in automatico, non esiste prendere il tappetino dopo un certo tempo o iniziare gli addominali come sai fare tu, non esiste sapere cosa stai andando a fare, in palestra.
Esistono invece tutta una serie di attrezzi pazzi e lei li usa tutti, ma ogni volta in maniera diversa, cosicché non c’è mai modo di detestare questo o quello.
Il risultato è che il giorno dopo ogni volta ho un doloretto, ma sempre un doloretto gentile, che mi fa sapere che ho lavorato ma non mi fa soffrire, esattamente il doloretto che corrisponde alla forma di A.
Ovviamente tutti amano A., nello spogliatoio non fanno che dire quanto è brava e quanto è bella, ma mi chiedo se tutti siano così consapevoli dalla sua armonia, se abbia presso tutti questo potere prezioso di migliorare tantissimo le giornate.
A. è stata via tanto tempo, ora è tornata e voglio dire che non c’è bisogno di perdere le cose per apprezzarle, che so che sono fortunata, ma che lo sapevo anche prima e che vorrei che l’oggi restasse oggi senza domani o domani potesse tendere all’infinito, che poi è un po’ la mia cifra stilistica nella gestione della vita in generale.

dal mio archivio segreto di stalker

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poi altre cose
4 aprile 2018, 15:48
Filed under: mai piu senza
​Questi giorni ho visto this is us, che esattamente è il prototipo della filmografia americana che mi irrita.
[E allora perché l’ho visto? Prettamente perché io so’ de coccio, quello che dico faccio, ma anche perché, sai com’è, spero fino alla fine che mi faranno una sorpresona da milioni di dollari, tipo il finale di Le ho mai raccontato del vento del nord.]
le ho mai raccontato del vento del nord

non je davo una lira, e invece bravone.

Sopra ogni cosa mi hanno irritato i dialoghi, tutti assolutamente improbabili.
È tutto un susseguirsi di paroloni da libro cuore, bambini di cinque anni che si rivolgono ai genitori con l’interesse e la competenza di psichiatri a fine carriera, genitori che approfittano di ogni pausa per sciorinare mantra di vita da baci perugina, pletora di drammi indimenticabili, tutti che si struggono costantemente per cose avvenute vent’anni prima, senza un minimo di senso della misura e, mentre sguazzano con un impegno assolutamente irrealistico in questa ostentatissima sofferenza, fanno a gara a chi dice la frase più telefonata, non si scampa mai da “migliore del mondo” “per sempre” “mai”.

E quindi?
Quindi pensavo a questo gusto per lo struggimento che ci insegna, da sempre, la letteratura in generale, che l’amore deve essere tormento, il dolore deve segnarti per sempre e possibilmente renderti una persona peggio, meglio se certificato da un evento palesemente drammatico.
Invece delle tragedie bisognerebbe ridere sempre*, perché è l’unico modo possibile per andare avanti, l’unica cosa che mi fa pensare che nevermind the darkness, we still can find a way, l’unica soluzione che io ho trovato ai pensieri che non mi fanno dormire.
Gipi - LMVDM

*faccio un’eccezione al mio rigido regolamento sulle citazioni, mettendo il libro di Gipi da cui viene.

Nel mondo reale, le persone che hanno sofferto molto le riconosci subito, perché sono campioni di questo gioco del buttarla in caciara.
Uno che mi ha colpito tantissimo per la sua onestà nel raccontare il dolore è Alan Bennett in Una vita come le altre.
Alan Bennet - Una vita come le altre

ci sono anche le figure!

Non è facile parlare della realtà, raccontarsi, senza mistificare le emozioni, magari anche in buona fede, perché si finisce sempre per cadere un po’ nel personaggio, mettersi dal profilo migliore oppure indulgere nella tragedia. Invece lui è così onesto verso le banali piccolezze umane, che è davvero una pallonata in faccia: tutte le piccole cose buffe, che lascia cadere qua e là, rendono ancora più doloroso affrontare la malinconia che si trascina dietro questa storia semplice che, di per sé, starebbe solo una storia triste come tante.

Un altro che ne ha passate di ogni è Roald Dahl, che per me è un po’ il re dello humor.
Sono tutti inglesi, sì,  ma che vogliamo farci, l’ho già detto che sono migliori e dobbiamo farcene una ragione.
Roald Dahl - Boy

questo è solo un librino per bambini, ma noi, si è capito ormai, siamo qui per le fotografie bellizzime.


E ora, siamo onesti, pure l’ammore.
Quando sento questa gente che dice che orgogliosamente che il matrimonio è una strada difficile di compromessi e rinunce, come se essere infelici fosse una tara della maturità, boh, mi chiedo che gente abbiano sposato. Se venirsi incontro diventa una fonte di rancore, forse non siamo così felici.
Voglio dire: occhei delle volte sbuffarsi un po’ per delle scemenze, però no drama attaccandosi alle tende, niente che non si possa archiviare e riderci su, altrimenti secondo me, dico secondo me eh, forse non ci sono le basi.
Se passi le notti a litigare e controllare le spunte blu, se scrivi cose al vetriolo e tutto è una ripicca, amica cara che non sei Violetta Valéry, non è un amore così grande, è una roba che non funzionerà mai. Passi se sei Leopardi o Rivers Cuomo, ma se non hai un afflato lirico – vittimista degno di pubblicazione, bilivimi, stai sprecando il tuo tempo.
Il consiglio che mi sento di darvi, amiche dell’amore, frittatone frappe lagnose del mio cuore, dall’alto di un numero a due cifre di cazzate struggimenti: fidanzatevi con uno con cui vi divertite davvero, tutto il resto passa. Come si fa a capire se vi divertite davvero o se è tutto un artifizio malandrino del vostro DNA che si vuole moltiplicare? Fate delle cose noiose. Tipo io e Morosiny quando ci siamo conosciuti abbiamo passato mesi insieme in fila sul raccordo per andare a Roma Est. Ripeto: fila/raccordo/centrocommerciale.
E lo sapete come sono stati questi mesi? Lo sapete.
Ecco, fate delle prove tipo così.

Ora avrei finito, davvero volevo solo parlare male di this is us che mi ha fatto salire le madonne, però, visto che per farlo ho tirato in ballo dei libri, mi sembra un assist da manuale per avvertire il gentile pubblico che è uscito un libro che ha in copertina una prestigiosa foto di laclauz laclauzzini, pronta ad essere lanciata verso i migliori autogrill, l’infinito e oltre.
Eravamo tutti vivi

laclauz calzettini ama vantarsi a sproposito dei propri calzini bellissimi, tipo la sula dai piedi blu.



2017
31 dicembre 2017, 20:37
Filed under: cartoline malsane

Vabbè, che dobbiamo dire, famo sto bilancio.

È abbastanza difficile essere obiettivi, perché la prima parte dell’anno è stata veramente bella, diciamo finché non è cominciata la maledetta estate non ho davvero niente da rimproverargli, anche se ho compiuto quaranta anni e, diobono, quaranta anni sono una bella botta, specie per chi quando ha aperto questo blog ne aveva 27.
Però, come dice la mia saggia amica Canto, ormai la regola è che per quanto tu ti possa sentire vecchio, l’anno prossimo sarà peggio, quindi teniamocela così, splendidi quarantenni che non gridavate cose orrende e violentissime, ricordandoci sempre le sagge parole di Morosiny: “ammappe quanto eri brutta da giovane”.

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la saggezza top dei biscotti della fortuna

A febbraio siamo andati a sciare: nessuno era malato, nessuno si era appena operato, nessuno si è fatto male, non ci sono state tormente di neve, avventori pazzi, notti a vomitare e altre amenità che in questi anni hanno sempre visitato le Dolomiti in nostra compagnia. Al ritorno c’è stata una coda di otto ore, ma noi ci siamo messi a cantare Vasco Rossi giovane e alla fine quasi ci è dispiaciuto essere già arrivati.

 

A marzo Ciccio mi ha regalato un fine settimana insieme a Dublino, come quando avevamo quattordici anni, per la mia prima vacanza all’estero, quella che ancora ricordo come la più bella di sempre. Quest’anno potevamo andare anche a Castelnuovo di porto, per il tempo che abbiamo passato a fare chiacchierate fitte, ma questo è il bello, il bello di Ciccio, che è hands down the best since 1984.

 

In primavera je ho dato giù ho dato giù con lavoro e corsa, grandi soddisfazioni.

 

Seguono esimi viaggetti al fresco, per fuggire il torrido supplizio estivo, sempre ricco di isteria e lipotimia.

 

 


Ad agosto si è scatenato il finimondo, tutto insieme, con anche una certa violenza, ma siamo partiti lo stesso (segue digressione Norvegia).
Quello che mi ha insegnato questa storia è che Morosiny è capace di farmi ridere moltissimo anche mentre sono in corsia con le flebo attaccate e che, se c’è della pizza in macchina, lui la mangerà.
Di questa storia mi sono rimasti dei ricordi di terrore assoluto misti ad altri di amore purizzimo, che, ora che sembra archiviata, sono mischiati come una palla di pongo di quello schifoso verde indecifrabile che era il suo inevitabile destino.

Policlinico Gemelli

alba di una notte lunghissima

Poi c’è tutto il resto, poi ci sono io che non posso correre da tre mesi, nessun dottore che capisce cosa sia, se potrò correre di nuovo, io che corro lo stesso e poi sto male, la Ale che se ne va, io che ho l’ansia che straborda, io che inizio ad andare al lavoro a piedi, io che faccio una fraccata di yoga, io che non ce la faccio, il tutto costellato da radiografie, risonanze, ortopedico, osteopatia, fisiatra, fisioterapista, cortisone, medico di base, tanta tecar, il gastroneterologo, la mesalazina. In mezzo andiamo a Milano a saldare l’Essenziale, per poi chiederci sgomenti: come reagirà il nostro eroe alla risonanza magnetica? (Tutto a posto, rega’)

 

 

A dicembre c’è Elizabeth Jane Howard e la saga dei Cazalet, un grumone di personaggi a cui mi sono affezionata tantissimo, per un sacco di motivi, non ultimo il fatto che sono cinque grossi volumi, pronti a posticipare la sindrome d’abbandono.
Serie belle di quest’anno Happy Valley, Broadchurch (ma stagione II schifo) Lie to me e sempre sempre sempre serie inglesi uber alles, perché gli inglesi sono come i toscani: è che vero che se la tirano e sono spocchiosi, ma è anche vero che sono mejo, quindi tocca stacce, muti.

 

Quindi, che dire, 2018 caro.
Io ti voglio ricordare che al primo posto della top ten io ho sempre salute, quindi basta con questi scherzetti da dottor house, basta con le patologie originali, facci stare bene, a noi e famiglie, il resto farò in modo di perdonartelo, vedrai.

 



nobody likes change.
1 novembre 2017, 11:31
Filed under: bll bb bll parlaci di lei, mai piu senza

 

Questo ottobre è stato per me un mese di difficoltà varie, molte legate alle mie sempre peculiarissime patologie di salute, che, con mio indicibile cruccio, non sono mai quelle che si diagnosticano agevolmente leggendo medicitalia.

Ho passato un mese palleggiata tra fisioterapista, ortopedico, radiolgo, una breve paretesi agghiacciante di macchie in radiografia “meritevoli di valutazione clinica ed approfondimento diagnostico” che poi si scoprirà essere una banale ma impetuosa gastroenterite, varie ed eventuali, tra cui un’ustione da marmitta, ma poi, alla fine, tutti gettano la spugna con cinque giorni di iniezioni di cortisone.
Effetti collaterali del cortisone: insonnia, ipomania e fare pipì ventisette volte a notte, ma bisogna ammettere che uscir di pena in 24h è una magia non da poco.
Effetti collaterali delle ormai trimestrali disavvenure colitiche: dimagrimento. Tutto molto bello, però, in realtà vi voglio dire, cari tutti, voi non avete idea di quanto siate lontani dal vero quando mi dite “stai benissimo!”.

​Poi c’è anche altro, per forza.
Tra cui partenze di insegnati e astanti, violente scosse alle mie abitudini preferite e coperte di linus; tra cui Morosiny che ha versato del caffè sul mio macbook di quindici giorni,​ che da tre settimane è andato in assisenza, ormai temo in Uganda; tra cui la famiglia più pazza del mondo sempre più pazza.


Ho fatto molto yoga, molte camminate ascoltando Cirri su radiodue, molti grattini a Seppia, non mangio fuori da due mesi e non corro da uno, ma siccome lo so che questo non è ancora niente, a questo proposito volevo chiedere: se la mia vita mi piace e sono assoluamente conscia della mia grande fortuna, non c’è modo di ancorarla un po’ meglio? Io non ho bisogno che le cose si perdano per apprezzarle, io le apprezzavo già tantissimo, bilivmi dyo!
Non possiamo fermarci qui ancora un po’?



Norway, anyway.
3 settembre 2017, 13:00
Filed under: cartoline malsane
Premessona: era un sacco di tempo che volevo andare in Scandinavia, me la sono organizzata ad aprile e, durante i picchi di caldo suino della torrida orrida estate, guardavo il meteo di Oslo come Alberto Angela guarda la mummia del Similaun.
(Alby per me sei molto bono, no volgarità)

Però, invece, tre giorni prima di partire, in un attimo ma come accade spesso, cambiò il volto di ogni cosa e mi hanno ricoverato al pronto soccorso per un’inedita puntata di malattie imbarazzanti. Questa incresciosa e francamente raccapricciante situazione, attribuibile a delle significative falle nella progettazione dell’essere umano, ha seriamente messo in discussione i miei ambiziosi progetti vacanzieri.
Alla fine siamo partiti lo stesso, però, in queste condizioni di fisico e di spirito, il viaggio è partito un po’ sfortunato, quindi non escludo che il mio giudizio sia stato influenzato dal saccone di medicine e dalla morte nel cuore che mi accompagnavano.

A Oslo ci danno la macchina e Morosiny diventa subito molto triste perché questa macchina è brutta, io spalleggio il suo malcontento spandendo minuscole briciole di mangime per criceti in ogni dove, e partiamo alla volta del nord.

L’inospitale meteo norvegese, sprezzante dei miei mesi di corteggiamento, ci accoglie con una copiosa pioggia.
La prima tappa è stata a casa di un omone islandese che aveva quattro cani da slitta, di cui una aveva appena avuto i cuccioli. Cerchiamo di mantenere una dignità con gli urletti e le vocine, ma non ci riusciamo più di tanto, perché canetti di due settimane a forma di patate >>> tutto.

stoica mamma dei canetti, mia prefe.


Le distanze sono infinite, vuoi per i limiti di velocità bassi, vuoi perché è tutto un rigirare le montagne, vuoi perché perché per 300 km non c’è niente, e niente vuol dire non solo non un centro abitato ma manco un autogrill, solo montagne a picco nei fiordi, ogni tanto spunta una casetta fotogenica, in cui però non ti viene tanta voglia di vivere.

Però le foto, amici! Non so cosa mai ci farò con questa pletora di fiordi e casine.
Facciamo che questo è un punto panoramico e ne metto un po’ a caso.
(Forse poi metto qualcosa su flickr. C’è ancora qualcuno su flickr?)

Årdalstangen. Capite, io brutto non mi sentirei di dirlo.

Aurlandsfjord. Remarkable view, ma guadagnarsela bisogna rischiare la vita su una stradina di montagna a senso unico da cui scendono pullman.

Sohlbergplassen Viewpoint. Un giorno di grande commozione per il sole con freschino.

Haugastølvegen, aka Marte vatte a nascondere.

 

 
Ma piove piove sul nostro amor, e andiamo a Trondheim.
È con grande rammarico che devo ammettere che Trondheim, di cui si faceva un gran parlare, è stato il punto più basso del viaggio.
Perché piove ininterrottamente, perché siamo in periferia a casa di una coppia di nazi, che vivono al piano di sopra con gli allarmi inseriti e comunicano con noi solo via sms, perché io ho una improvvisa crisi di sudorazione nottura per cui mi diagnostico di tutto, perché parcheggiare è un delirio, perché il lungo mare è tristissimo, perché il mercato del pesce, insistentemente spinto dalla Lonly planet, è trappolone dove un panino al salmone affumicato costa quindici euro.
Siccome l’ansia tocca vette inesplorate, provo a fare una corsetta e scopro che sì, basta una settimana per perdere tutti i muscoli e il fiato accumulati in trent’anni. Non riesco a fare più di 4 km lentissimi, sono tutte salite, piove: superdepre.
Ammetto di non poter essere obiettiva verso la povera Trondheim.

Allegria!

Gita al faro con suicidio


​Poi questi due giorni finiscono e andiamo verso sinistra, cioè a Ålesund.
Il viaggio pullula di buffi ma onerosi traghetti​, ponti e magnificenti fiordi, solo che piove, Morosiny ha la febbre, ci rendiamo conto che, sulle strade norvegesi, a fare 300 km ci vogliono sei ore e capiamo di avere un po’ sovrastimato le nostre forze.
L’host di Ålesund ci viene a prendere per strada, ci imbottisce di paracetamolo e ci stende la lavatrice: io dico che ce ne è abbastanza per piangere calde lacrime di commozione.
Anche qui stiamo in periferia, alla base di una foresta, vado in città su un pacifico sentiero sotto gli alberi, costellato di mirtilli e lamponi, grande bellessa. Appena arrivo vedo il canale, sto per dire “ah ma forse non è poi male questa Ålesund” quando comincia a piovere e riparte la triste storia di chiudersi da qualche parte a bere caffè a cinque euro.
La città è deserta e super triste, c’è una chiesa carina ma diluvia troppo per interloquirci, vado a comprare degli spinaci surgelati e torno mesta mentre piove su i nostri vestimenti leggeri, su i freschi pensieri che l’anima schiude.
Forse anche Ålseund, senza febbre e senza pioggia sarebbe stata diversa, forse, credo.

Quando credevo che andasse tutto bene

Quando ho cominciato a capire che forse no

Ålesund kyrkje con molto diluvio

Gita al faro parte seconda, per chi avesse mancato il primo primo turno di suicidio


Poi si torna a sud, dormiamo ad Ardal, un posto che istiga a un suicidio struggente ma sobrio, intorno ci sono fior di cascate e passeggiate metafisciche lussureggianti, ma -indovina!- piove, quindi non riusciamo a rispettare il programma escursioni e affoghiamo il cruccio nel pollo arrosto del supermercato e nell’abbonamento a Netflix, pensando con imbarazzante nostalgia ai nostri gatti, ghiotti di ambo le situazioni.

Per sucidarti con discrezione ed eleganza, scegli Ardal!

Agatha Christie is writing a comment

Vettisfossen si bulla di essere la 284° cascata più alta del mondo, però lungo il sentiero per arrivarci ce ne sono altre meno arroganti e più fotogeniche. Perché le cascate fotografare sembrano sempre schiuma di rifiuti tossici? Misteri fotografici.


Ma godiamoci ora un approfondimento sui supermercati.
I supermercati sono la dimostrazione di perché, con enorme costernazione di Morosiny e dei suoi ricordi adolescenziali di interrail, i norvegesi abbiano la taglia di un bisonte medio.
C’è un intero portellone frigo a quattro piani di burro, margarina e strutti, un altro di creme panne e con e senza latte, esiste una sola marca e un solo formato da 500g di yogurt bianco, in un mare di roba alla frutta chimica, poi banchi enormi di patate e carne e più o meno basta.
Nel mondo delle verdure ci sono spinaci e fagiolini surgelati, freschi sedano rapa e carote.
In compenso fanno sfoggio di venticinque tipi diversi di Wasa: indovina indovinello cosa la nostra genia si era portata da Roma come prodotto che guarda sicuramente vale la pena anche se è mezzo chilo in più? Che ignoranza, che amarezza.
Costa tutto poco più del triplo che qui, anche i surgelati, anche le uova, non parliamo di mangiare fuori, ma il punto non è quanto realmente spendi, è sentirsi poveri, ché l’essere cucinato non è triste, triste è il pensare d’esser cucinato.

Comunque partiamo alla volta di Bergen, dove, vivaddio, c’è il sole.
Sarà per questo che Bergen, dipinta come luogo turistico del demonio, a me è sembrata la città mejo, specie evitando il sempiterno trappolone mercato del pesce. Anche intorno a Bergen ci sono delle escursioni boschive di grande gioia, chiare fresche e dolci acque​ di laghetti, e altre amenità.
La nostra host è un’insegnante di yoga fricchettona con i libri ordinati per colore: come non volerle moltissimo bene?

Vogliamo dire che è brutta? Poi cosa, Sienna Miller?

Sogn og Fjordane. Non è affatto Bergen, ma lo spirito e la gamma di saturazione son quelli, quindi va qui.

Poi andiamo a Oslo, lungo una strada solitaria e marziana.
Oslo sembra vagamente Berlino est, a parte momenti di altissima architettura, seppur strizzata sul lungo mare come gli asparagi dentro l’elastico.
Però a Oslo siamo contenti, perché c’è il sole, abbiamo una casa intera, molliamo la macchina, viaggiamo sui 12 km di passeggiate quotidiane, un giorno ci aggiungo anche della corsa e faccio 26 km, me ne vorrei bullare con imbarazzante arroganza, ma purtroppo non ho pubblico sufficiente per essere acclamata come meriterei.

Astrup Fearnley Museet. Permangono le mie difficoltà con Renzo Piano.

Oslo Opera House, dove ho eletto Snøhetta i miei architetti preferiti del globo. (seguirà lunga noiosissima rassegna di omini su flickr)

Snøhetta Viewpoint. Già qui si capiva che i ragazzi sapevano il fatto loro.

Oslo Vigelandsparken, per correre con arroganza e presunzione.

Ciao Norvegia, immagino che con la neve tu si ‘na cosa grande, ma con la neve è bono pure il Tiburtino Terzo: siamo onesti, non vale.
Quello che invece ci ha insegnato l’amica Norvegia è che comunque pioggia >>> caldo,
e che,
finalmente,
grazie grazie gesù,
questa schiffia estate l’abbiamo tramortita.


something just like this
12 luglio 2017, 11:28
Filed under: puttanate intimiste

C’era un tempo giovane e confuso, in cui i bambini non c’erano ancora, ma la villa invece c’era ancora, in cui io andavo a Firenze a sorbire la pace di casa di mia cuggina mia cuggina e del suo formidabile cavaliere.
Si stava molto bene, poi a un certo punto ce ne andavamo a letto, io nella stanzina per ospiti brevi, loro nella stanza grande che oggi è dei bambini.
Io, dalla mia stanzina, li sentivo ridere moltissimo, di quelle risate che fai quando quel momento a fine giornata te lo aspetti, tipo quando, a quattordici anni in Irlanda, tornavamo a casa io e ciccio.
Quindi stavo lì, nella mia stanzina per ospiti brevi, e pensavo che se vivi con una persona e alla fine della giornata ridi insieme così, per me hai vinto tutto, period, les jeux sont faits, tutti a casa, grazie per aver partecipato.

Quindi, che dire.
Ora mi sta partendo un po’ un momento commozione e non vorrei dire più niente, però qualcosa devo dire, sennò che sto scrivendo a fare, e allora dico che è passato un numero imbarazzante di anni, ma ancora quel momento prima di dormire resta il momento in cui tutto torna.
E allora non importa se fa caldo, se siamo precari, se siamo vecchi.
Davvero, non importa.
Tanti auguri, gibbone del mio cuore.



I’m rubber, you’re glue.
19 dicembre 2016, 17:42
Filed under: bll bb bll parlaci di lei

Quando ero al liceo ero innamorata di un ragazzo.
Questo ragazzo non aveva dei particolari skills di magnificenza, a parte delle prodigiose clarks e saper suonare De Gregori con la chitarra, però aveva una cosa che io all’epoca non sapevo definire ma che oggi forse, sfoggiando un’invidiabile proprietà di linguaggio, chiamerei leggerezza.
Che dire. A quel tempo io ero un ragazzo credulone e romantico, ero convinta che mi stessero bene i 501 e di poter portare frangia anche se avevo i boccoli, quindi, che compassione che ho per me e per te e andiamo avanti.

Non so se avete presente quel modo di dire per fare gnegnegnè ostentando superiorità e interessi più nobili, che recita I’m rubber, you’re glue.
Bene, questo ragazzo Clarks era il re rubber: era uno amato da tutti, che non polemizzava mai con nessuno, che si relazionava parimenti allegramente con facinorosi fascisti e intellettuali rifondaroli, che giocava a pallone con i maschi e notava i nuovi tagli alla moda delle femmine, ma soprattutto che gli andava sempre bene tutto e non se la prendeva mai.
Questa cosa, per me, la signorina Glue, sempre è stata e sempre sarà, molto molto più difficile di quella roba che fanno le cinesi sulle parallele asimmetriche alle Olimpiadi.
Sarò esaustiva per grandi e piccini, ricorrendo all’aristocratica metafora della pelle sottile: quella cosa che quando sfioro un rigoglioso cespuglio di alloro mi rimangono i segni come se mi avessero strofinato sulla grattugia per il parmigiano, mi succede pure nella testa.
Vogliamo chiamarlo disturbo bipolare? Vogliamo scomodare altri disturbi psichiatrici meno vezzosi e più umilianti? Vogliamo chiamarlo Enneatipo 4? Forse sono solo una persona orribile, aho ci stanno pure quelle? In ogni caso non sono cose belle, ma che ci possiamo fare, siamo fatti così, siamo proprio fatti così.

Tipo avete presente quei neonati che piangono lo stretto necessario e dormono otto ore filate vs quelli posseduti dal demonio in pianta stabile? Spesso sono fratelli, con il 50% del dna uguale, eppure. Quindi: possiamo farcene una colpa? Siamo solo dei viziati di merda, già meritevoli dell’odio collettivo mentre ci dimeniamo scoordinati nelle microtutine di spugna con gli orsetti?
Chi può dirlo.
Forse se seguissimo la coraggiosa eugenetica spartana, l’umanità migliorerebbe e non sarebbero mai esistiti i grillini.
Però, intanto.

Fatto sta che nel mondo c’è della gente che è nata più impermeabile e meno cagacazzi, che magari non scoppietta frizzi e lazzi istrionici, ma ha un po’ più di equilibrio e serenità interiore e quindi io, tendenzialmente, la amo.
O meglio, amo spesso anche i frizzi e i lazzi pazzi, però so che sulla lunga distanza, solo con i Rubbers posso stare bene.
Maddai? Davvero non preferisci una persona frullaminchia a una persona che passa sopra a tutto? Ma incredibile, amici!
Però vabbè, dài, ora non è questo il punto, perché poi anche queste persone leggere spesso sono pigre, superficiali, distratte, insomma, checcazzo, dei difetti ce li avranno pure loro.

Tutto quel che posso dire è che io tendo a divagare in altri mondi, tipo nel mondo dell’ansia, nel mondo del temibile e del terribile eccetera e ho davvero bisogno di essere riportata nel mondo dell’adesso, come un palloncino petulante da strattonare. Ecco, per esempio, Morosiny Rubber, il mio fidanzato da un numero ormai decisamente spaventoso di anni, mi impedisce di perdermi in quei posti da cui non si può tornare indietro, mi lega al mondo della realtà, fortissimo, perché sa rimettere la chiesa al centro del villaggio and the wonder of it all is that you just don’t realize della facilità estrema con cui questo gli riesce.
E quindi niente, ora vado con un’altra ricca metafora, culinaria, perché sia mai che non attraversi con leggiadria tutti i campi dello scibile: dove Glue è un pezzo di burro, che bastano tre gradi e diventa rigido, che non va maneggiato troppo, che ha la scadenza, che si digerisce dopo un mese e fa alzare il colesterolo, Rubber è un sacchetto di zucchero a velo, che se ne sta buono buono in un’anta della credenza e all’occorrenza rende tutto diverso in meno di dieci secondi, può andare su qualunque torta e renderla non solo buona, ma anche bella.

Ora tutti vi chiederete: ma come è finita con Clarks Rubber?
Ma come volete che sia finita, amici, lui si è fidanzato con la mia migliore amica e io ho avuto degli ulteriori motivi per diventare più rompicoglioni di quanto già non fossi naturalmente predisposta ad essere.